— Ancora — rispose il professor Axerio, finì in fretta di cenare, lasciò il salotto, tornò in camera, tornò nel giardino, riafferrato dalle immaginazioni criminali. Andava su e giù per il giardino e rivedeva se medesimo in atto di soffocare la moglie nello stesso loro letto, rivedeva attraverso le tenebre della notte il precipizio del Silvestre. Andava su e giù inchiodandosi col mento la barba sul petto, gli occhi atterrati dinanzi al suo passo, e il cuore gli balzava invocando la vendetta che da tanti giorni cercava. Ma ad un tratto il professor Axerio si scosse a quelle immaginazioni, perchè gli pareva d'esser vicino a riveder la moglie ed aveva paura di commettere il delitto che era punito dalla legge civile. La belva feroce che era in lui, invocava la vendetta, ma l'uomo ebbe paura di commettere un delitto che sarebbe stato scoperto, e si sforzò di scacciare le immaginazioni criminali.

Si coricò tardissimo e continuamente, mentr'era steso in letto, gli ritornavano per la mente ingombra quelle immaginazioni ed egli le scacciava, si dibatteva sotto le coltri, mandava gemiti e mugolii tra la barba rabbuffata, soffriva orribilmente, perchè gli pareva di dar ascolto a quelle immaginazioni e di perdersi. Poi si quietava e con un piacere che non aveva mai provato, pensava alla sua professione di medico e chirurgo. Vedeva se medesimo in atto di accostarsi alla moglie con una goccia di liquido sulla punta di un ago. Gli pareva d'esser in mezzo all'oceano. Vedeva quello che avrebbe potuto fare senza alcun suo rischio, gli pareva, un'altra notte in mezzo all'oceano. La moglie dormiva, egli s'accostava, la toccava appena ed essa sarebbe passata dal sonno alla morte.

La mattina, levatosi, invece di scrivere al Buondelmonti pensò di telegrafargli chiedendogli un colloquio per il giorno stesso e nelle ore pomeridiane ebbe la risposta affermativa. Il Buondelmonti l'attendeva all'albergo quella stessa sera.


Il professor Axerio si vestì per tempo accuratamente. Mentre stav'in piedi dinanzi alla toelette e si guardava nello specchio aggiustandosi qualcosa indosso, fra gli altri oggetti della sua persona sparsi sul tavolino davanti a sè vide la rivoltella che portava sempre adosso per difesa, da perfetto uomo civile e borghese il quale calcola e prevede tutto, anche l'aggressione da parte di qualcuno dei suoi simili, e s'approfitta di tutto ciò che la legge concede. Il professor Axerio aveva sì forte l'istinto della propria conservazione, stimava sì preziosa la sua propria esistenza che il portare la rivoltella era da lui considerato non come un diritto, ma come un dovere. Quella sera però gli parve una cosa nuova e gli fece un effetto che non gli aveva fatto mai. La prese in mano e tenendosela dinanzi alla barba la guardò a lungo domandandosi se anche quella sera doveva portarla con sè. Decise di sì perchè quella sera doveva veder soltanto il Buondelmonti e si sentiva forte abbastanza per resistere a quella tentazione, non correva affatto il rischio di servirsi dell'arma contro di lui, altrimenti avrebbe commesso un assassinio. Se la mise in tasca ed uscì.

Per la via aveva tutta la mente invasa dal pensiero di sua moglie e senza saper perchè riandava i lontani giorni in cui l'aveva conosciuta. Era nel primo tempo della sua carriera e incominciava a farsi largo nel pubblico, quando una volta da Roma dove abitava con la famiglia d'origine napoletana, era stato chiamato per un'operazione a Firenze e quivi in casa d'un amico medico aveva conosciuta la signorina Giovanna Prali, una giovinetta con un'aria ancora puerile, e gli era piaciuta fortemente. Di lì a poco tornato per un congresso a Firenze aveva rivista più volte la signorina Prali, aveva saputo che era molto ricca e invaghitosene con ardente desiderio l'aveva chiesta in moglie. Si ricordava del giorno che era andato in casa de' parenti per la conclusione. L'avevano fatto passare in un salotto e da una stanza attigua aveva sentito la voce della signorina Prali esclamare ripetutamente con un accento di meraviglia e d'allegria: — Quell'uomo, quell'uomo! — Poi era entrata la madre e dopo qualche momento lei stessa con gli occhi raggianti della stessa allegria e della stessa meraviglia che avevano risonato poco prima nella sua voce. Il professor Axerio si ricordava del giorno delle nozze e di quando la sera eran rimasti soli. Si ricordava d'averle ricoperto tutto il viso pallido e tremante con la sua barba. E riprovava la sensazione che aveva provata allora, quando poi aveva affondato e riaffondato la sua barba insaziabile nel petto di lei fragile come quello d'una bambina. E ora ne rivedeva i piccoli pugni che s'eran levati per discostarlo. Un momento essa gli aveva tirato la barba e gli aveva fatto un po' di male; egli s'era irritato e l'aveva vinta con brama e con ira. Poi i giorni seguenti tutte le volte che tornava di fuori, al solo vederla diventava tutt'ardore. Essa se ne stava seduta nel suo salotto o altrove e quando appariva lui, faceva gli occhi spauriti, ma lui dava in una risata, la prendeva sulle braccia come una bambina e la portava correndo nella loro camera. Ora il professor Axerio si ricordava di quei giorni, si ricordava di quanto aveva provato allora e tanto più si accendeva il suo odio contro la moglie. Giunse all'albergo dove alloggiava il Buondelmonti.

Alla porta avendo dimandato di lui gli fu risposto:

— Il signore l'attende.

E fu introdotto nel suo salotto.

Di lì a qualche momento un'altra porta che l'Axerio non aveva vista, s'aprì e comparve il Buondelmonti. Questi lo squadrò da capo a' piedi, non gli stese la mano e soltanto gli fece cenno di sedersi.