— Mi tradivano! Mi tradivano!

VIII.

Piero uscì di pericolo soltanto dopo aver passato molti giorni tra la vita e la morte e lungamente dovè tener ancora il letto prima d'entrare in convalescenza. Intorno al suo capezzale nell'albergo vegliaron sempre gli amici italiani, Giorgio Tanno, il Berènga, Pasquale e Diego Mùrola e più di tutti il socialista Giacomo Rummo. Questi, al primo annunzio dell'accaduto, era stato preso di subita pietà per il Buondelmonti, era accorso e non aveva più, si può dire, lasciato l'albergo. La tragedia d'amore e di sangue aveva levato gran rumore e profondamente commossi gli animi nella città; le fantasie e i giornali s'eran per giorni e giorni disfrenati sul terribile romanzo degli amanti italiani, incominciato, dicevano, sull'oceano e terminato in America dalla morte. Gran gente aveva seguito i funerali di Giovanna e molte delicate e appassionate brasiliane, di quelle che l'avevano conosciuta quand'era viva e sì bella, e altre che avevan sentito parlar di lei soltanto dopo che era morta, avevan mandato cumuli di fiori per la sua salma. E tutti i giorni giungevan fiori all'albergo per Piero Buondelmonti; innumerevoli persone, ignoti della colonia italiana e i più ragguardevoli cittadini di Rio de Janeiro, letterati, artisti, uomini pubblici, venivano per notizie e far visita. Chi li accoglieva nel salotto attiguo alla camera dove Piero giaceva, era di solito Giacomo Rummo, e lo stesso prendeva i fiori e ne adornava le stanze. Perchè quell'uomo politico in esilio, aveva nel fondo del cuore un bisogno d'affetti non mai soddisfatto. Egli s'era volto al socialismo sin dai banchi della scuola quand'aveva quattordici anni, forse per una istintiva reazione contro la propria famiglia, perchè egli era figliuolo d'un prefetto del regno d'Italia; a diciassett'anni era già un socialista militante, e furiosamente militante, nei circoli e nei comizi; dai diciotto ai venticinque anni aveva perduto il padre e la madre ed era rimasto solo al mondo e con appena di che vivere; verso i trent'anni poi s'era innamorato senz'essere corrisposto e avrebbe sofferto molto di quell'amore, se non fosse stato portato via dalle furie del partito. Il ricordo di quell'amore era rimasto dentro di lui lontano lontano, come in una parte del suo essere dove il suo pensiero scendeva solo di rado e alla sfuggita. Giacomo Rummo aveva varcati i trent'anni solo, senza compagnia di donna, ridotto a puro uomo politico e socialista militante, uomo di caffè e di circolo, di comizio e di strada. Ma talvolta in fondo alla sua acrimonia sentiva qualcosa di più amaro della sua acrimonia stessa ed era una pena di rimpianto per ciò che non aveva mai posseduto. Giacomo Rummo era un propagandista socialista ed anche uno scrittore, uno scrittore altrettanto rozzo quanto sostanzioso, ingombro di neologismi sgradevoli; ma amava e coltivava la musica. La musica era per lui tutto ciò che il mondo non gli aveva dato, nè egli aveva voluto. Ed ora al capezzale dell'uomo che una volta egli aveva respinto come amico, Giacomo Rummo incominciò a provare quello che gli ispirava la musica, quando dopo aver una sera ascoltata un'opera, andava nei giorni seguenti ripensandoci e riaccennandosela fra sè e sè e dentro nel cuore si sentiva nascere tanta dolcezza e tanta delicatezza. Così s'ingentiliva ora facendo l'infermiere. Nessuno sapeva disporre i fiori meglio di lui, nè ricevere i visitatori, e nessuno metteva più riguardo nel parlar sotto voce e camminare sulla punta de' piedi; nessuno prendeva gli ordini da' medici con più diligenza. Così s'affezionò al Buondelmonti più che a un fratello e gli altri amici si meravigliavano del suo mutamento. Conoscevano il suo gesto rotto e la sua voce stridula di propagandista, la faccia senza riso, dalle labbra secche e taglienti, dalla barbetta rigida e puntuta come un cono metallico, ed ora lo vedevano passar da una stanza all'altra senza levar un alito di rumore, così assorto nel suo ufficio amoroso che pareva contento; e poi lo vedevano inchinarsi sul volto del giacente e studiarne il respiro trattenendo il suo respiro.

Il giorno che Piero potè aprire gli occhi ed esprimere un sentimento, nel vedere accanto al letto fra gli altri amici il Rummo gli si illuminò il viso di meraviglia e di gioia e la sua mano dissanguata fece l'atto di cercare quella di lui. Il Rummo appoggiò leggermente la palma sulla mano di Piero e gli sorrise. Qualche giorno dopo, Piero rimase solo con uno dei fratelli Mùrola e sforzandosi di parlare gli domandò del Rummo, e il Mùrola gli raccontò che era stato uno dei primi ad accorrere ed era uno dei più assidui e bravi nell'assisterlo, che l'aveva vegliato anche tre notti di seguito e spesso aveva l'aria di voler escludere di camera tutti gli altri per restarvi soltanto lui. Piero con la testa resupina sui guanciali, cereo nell'ombra della sua chioma castagna, sorrideva come uno che è consolato.

Quando poi tornò padrone della sua vita, Piero stava con tutti volentieri e a tutti era grato delle cure che avevano avuto ed avevano per lui, ma provava una contentezza speciale quando il Rummo restava solo in sua compagnia. Allora questi leggeva qualche libro o i giornali e se leggendo s'imbatteva in un passo che altrove gli avrebbe strappato dall'anima il grido della protesta socialista, sorvolava o cercava con un'osservazione di mettere in luce qualcosa che in proposito ci poteva essere di concorde nelle loro dottrine che erano così in disaccordo. Ei si ricordava di quando torceva il viso dallo scrittore arrivato d'Italia, come aveva fatto al pranzo del Berènga, all'«Operaio Italiano», altrove, e di quando aveva cessato di salutarlo per ostinata acrimonia di parte incontrandolo per la via. Si ricordava ed il suo cuore diventava più delicato verso il suo nuovo amico.


Giacomo Rummo e gli altri, quando Piero fu entrato in convalescenza e incominciò a essere in grado di lasciar l'albergo, si concertarono per trovargli una villa sui colli di Rio de Janeiro dove quegli potesse andar a rimettersi in forze prima di riprendere il mare per tornar in patria. Si radunarono una sera in casa del Berènga e discussero a lungo. Il Berènga avrebbe offerta volentieri la sua stessa villa di Santa Teresa, ma non si poteva condurre Piero su quel colle dove aveva abitato Giovanna. Si decisero finalmente per la Tijuca ricca d'ombre e di sole, elegante e selvaggia, a giusta distanza dalla città.

Il giorno dopo lo stesso Berènga, uomo dell'arte, e Giacomo Rummo vollero andare a scegliere la villa e trovatala come la volevano, semplice e tutta cinta di fiori e all'ombra d'una foresta, di lì a poche sere vi ritornarono con gli altri e con Quirino Honorio do Amaral e ne adornarono di fiori le stanze, facendo questo non soltanto per amicizia verso Piero, ma anche per devozione verso la patria, perchè Piero era l'ultimo compaesano giunto di laggiù. La mattina dopo, tutti quanti insieme in automobile lo condussero alla Tijuca.

Erano tre mesi e mezzo dalla catastrofe e dalla morte di Giovanna quando Piero lasciò l'albergo. Più che ei non si sedesse lo avevano adagiato nell'automobile e avevan preso posto accanto a lui Pasquale Mùrola, Quirino e Giacomo Rummo, mentre in un altro automobile salivano il Tanno e Diego Mùrola, senza Lorenzo Berènga che aveva quella mattina molte faccende in città e aveva promesso che avrebbe raggiunto la comitiva alla villa nelle ore pomeridiane. Non avevano ancora detto a Piero che Giovanna era morta. Ne' primi momenti, appena, riavutosi, quand'aveva ancora il proiettile nel petto, Piero aveva subito dimandato di Giovanna e qualcuno gli aveva detto che era gravemente ferita, come lui ma non uccisa. I primi giorni Piero sempre aveva dimandato di Giovanna e sempre gli era stata detta la stessa cosa. E quando Piero era uscito di pericolo, gli era stato detto che anche Giovanna aveva fatto altrettanto, perchè ognuno ormai aveva temuto che la vita di lui sarebbe stata di nuovo messa in forse se lo avessero disingannato. Sicchè lo stato di Giovanna era passato per le stesse fasi dello stato di Piero. Dopo essersi a lungo consigliati insieme que' delicati animi d'amici avevano deciso che gli avrebbero dato il colpo sol quando ei sarebbe il più possibile tornato in forze; erano d'intesa il Rummo, i Mùrola, il Tanno, il Berènga, Quirino Honorio do Amaral e tutti gli altri che venivano ammessi nella camera di Piero, compresi i servitori dell'albergo, e ciascuno per conto suo sapeva di dover mentire fino al giorno che a tutti fosse sembrato opportuno di dir la verità. Perciò quando stavano in più intorno al suo letto, o soli, il Rummo, Giorgio Tanno e gli altri, ciascuno sapeva che cosa rispondere di preciso alle sue domande e come eludere le sue investigazioni: Giovanna si trovava sempre press'a poco nelle medesime condizioni di Piero, anch'essa in un albergo della città, anch'essa avviata verso la guarigione. Ma una sera Piero era rimasto solo col Rummo. Da molti giorni non aveva domandato di Giovanna. A un tratto fissandolo dal suo guanciale pregò il Rummo di portargli i giornali di quei giorni in cui era successa la catastrofe, e il Rummo sostenendone lo sguardo, gli promise che li avrebbe cercati e glie li avrebbe portati. Passarono alcuni giorni, Piero chiese di nuovo i giornali al Rummo e questi gli rispose che non aveva avuto tempo di cercarli. A un tratto Piero fissandolo gli disse:

— È morta, vero?