E si sforzava di sorridere all'uno e all'altro.

Quando poi furono dinanzi alla tomba, vi sparsero sopra i fiori e Piero non pianse ma s'inginocchiò e rimase più d'un'ora senza muoversi. Nè per tutto il ritorno aprì mai bocca, perchè stando in ginocchio sulla tomba aveva pregato per l'anima di Giovanna come aveva fatto il Berènga. E tornando sognava di rivedere Giovanna in un'altra vita. Un acutissimo desiderio di rivedere Giovanna lo pungeva e sognava di poterlo appagare, sebbene da tant'anni avesse perduta la fede ereditata da' padri e da' padri de' padri con la carne e col sangue.

IX.

I giorni seguenti e per molto tempo il dolore tornò a dar a Piero frequenti assalti con una ferocia tale che gli lacerava il petto ancora debilitato dalla ferita e lo stringeva alla gola sino a soffocarlo e a costringerlo a piangere, a piangere. Piero più volte al giorno dinanzi agli amici rompeva in pianto. Poi a poco a poco quest'assalti del dolore cominciaron ad essere più radi e men feroci. Com'ogni altra cosa che nasce, anche quel dolore, quand'ebbe raggiunto il sommo della sua vita, cominciò a declinare e ad avviarsi verso la sua morte. E allora Giacomo Rummo il quale aveva sempre vigilato, cominciò a far di tutto per aiutar l'opera della natura. Tutti gli amici italiani lasciavan Piero men che potevano solo nella villa della Tijuca, ma più degli altri gli faceva compagnia Giacomo come quegli che aveva maggior tempo libero fra i giornali brasiliani sui quali di tanto in tanto scriveva di cose italiane, e l'«Operaio Italiano» del quale era segretario. Giacomo incominciò a portar a Piero qualche giornale, a raccontargli le notizie d'Italia e a parlargli di letteratura, d'arte e soprattutto di musica. E ne parlava sì bene, quel politico nutrito degli strepiti dei comizii parlava sì bene di musica, che a Piero pareva di sentir musica. E quando gli parlava di Riccardo Wagner che era il suo Dio musicale come Carlo Marx era il suo Dio politico, a Piero pareva di riveder la cavalcata delle Walkirie e di risentire il canto d'Isotta sul morto Tristano. Così Giacomo dopo aver curato il corpo di Piero ne curava l'anima e voleva risanarla e voleva renderle la pace.

A poco a poco i due amici cominciarono a discutere fra loro.

Ma in principio Giacomo e Piero pareva gareggiassero per andare il più possibile d'accordo. C'era fra loro il bisogno di aver la stessa opinione, quel bisogno che spesso c'è fra due avversarii appunto, diventati amici di fresco. Avevan bisogno su quistioni su cui i loro animi eran profondamente scissi, di dirsi l'un l'altro: — Hai ragione! È proprio così! — E gli animi con indescrivibile delicatezza si sforzavano di tenersi a fior degli argomenti e non penetrar fin dove gli argomenti sarebbero diventati quistioni. Insomma Piero e Giacomo avevano l'un per l'altro lo zelo e l'amore della loro nuova amicizia, perchè Piero nutriva per Giacomo tutta la gratitudine di cui il suo cuore poteva esser capace, e Giacomo vedeva in Piero l'uomo pel quale egli durante tanti giorni e tante notti aveva fatto un'opera buona ed anche per questo gli era straordinariamente attaccato.

C'era qualcosa in cui tutti e due consentivano com'un uomo solo, ed era nel fare il processo alla borghesia contemporanea che secondo loro mancava d'ogni virtù. Incominciò il Rummo una mattina a dimostrar la decadenza politica della borghesia; la borghesia non era più capace di tener il dominio degli stati moderni, nelle stesse lotte economiche essa portava un animo stremato ormai e impaurito. Seguì il Buondelmonti mettendo in luce le inferiori qualità della morale borghese, dell'arte borghese, della scienza borghese, della religione e dell'incredulità borghese. Tutti i valori dell'uomo erano abbassati e falsati. Il rispetto della vita umana posto come primo principio d'un vangelo umanitario tendeva a distruggere la storia dell'umanità. Il Buondelmonti giungeva a vedere nella stessa pace armata delle nazioni contemporanee qualcosa di borghese grandemente deplorevole, il prodotto di due spiriti borghesi, dell'industrialismo borghese che incalzava la fabbrica delle armi, e del pacificismo borghese che ne impediva l'uso.

Il Buondelmonti e il Rummo passarono in rassegna costumi, istituzioni, leggi, opinioni, uomini e cose del nostro tempo, e si trovaron sempre d'accordo nel condannare, perchè in ciò tutti e due, il socialista e il nazionalista, eran con pari convincimento partigiani della stessa parte, eran tutti e due profondamente antiborghesi. L'uno e l'altro stando fuori di questo tempo parteggiavano per la vita eroica.

Ma però i due amici sin dall'infanzia s'eran formati diversamente: l'uno, Piero Buondelmonti, s'era formato sulla cultura, l'altro, Giacomo Rummo, sulle prime impressioni della sua stessa adolescenza.

Leggendo appunto le guerre di libertà, Piero Buondelmonti da giovinetto aveva sentito nascere dentro di sè l'amore della patria e della vita eroica; poi aveva rafforzato quest'amore nelle scuole classiche congiungendolo col culto di Roma, e finalmente dopo i vent'anni, dedicatosi a severi studii di storia, aveva appreso a vedere il mondo per grandi fatti e per grandi forze, come si vede di lontano nel tempo dove tanto di ciò che accade sotto i nostri occhi non può giungere; aveva appreso a distinguere e a prediligere su tutto nella formazione delle società umane e delle civiltà il giuoco delle grandi nazioni e degli imperi che quelle si conquistano. E poi di ciò che la storia gli aveva insegnato, aveva materiato la sua dottrina. Egli era dotato di mirabili occhi per scoprire nei fatti storici che possono essere in mille guise, la legge dell'animo umano che è in una guisa sola attraverso il tempo e lo spazio, e quindi aveva potuto ricavare dalla storia alcune poche verità immanenti, semplici e chiare, delle quali egli era diventato coi libri il banditore in Italia. Su queste verità poggiava la sua dottrina nazionalista e imperialista.