Al contrario Giacomo Rummo dai banchi della scuola era caduto nella lotta di classe; un compagno di scuola l'aveva portato al comizio e alla dimostrazione di strada, e quivi la sua prima vita aveva ricevuto le lezioni della realtà che tocca più da vicino gli uomini, la realtà dei bisogni, del dolore e del furore pei bisogni insoddisfatti. Il giovinetto Giacomo Rummo da ciò che aveva visto nel bianco dell'occhio d'uno che gridava accanto a lui, aveva tolto la sua vocazione, e questa era di combattere, di combattere in pro di tutti coloro i quali avevano da lanciare un grido per esigere la soddisfazione di un bisogno. Il giovinetto Giacomo Rummo era entrato nella lotta di classe con l'animo che hanno i soldati presi nella mischia sul campo di battaglia. Dal comizio alla dimostrazione, dalla dimostrazione al circolo, dal circolo al caffè e agli altri ritrovi degli amici, egli viveva nel clamore della sua furia, senza sentire altre voci del resto del mondo, nè di se medesimo.
Tutti e due adunque, Piero e Giacomo, così essendo, si trovavano facilmente d'accordo nell'affermare per l'uomo la necessità della vita eroica; ma l'uno amava soltanto la vita eroica della classe e l'altro soltanto quella della nazione. Tutti e due vivevano fuori dell'atomo e dell'attimo del loro essere, ma l'uno viveva nelle generazioni della patria, l'altro nella generazione che passava con lui. L'uno, come fu detto, aveva due nature, l'individuale e la nazionale; l'altro in luogo del suo egoismo aveva posto l'egoismo di classe.
E a poco per volta nelle loro conversazioni e discussioni questi due termini, classe e nazione, raddrizzarono il capo e stettero di contro l'uno all'altro. Fu il primo il Rummo a cambiare la conversazione in discussione e la discussione in affermazione.
Un giorno erano stati in città ed avevano parlato d'architettura con Lorenzo Berènga. Tornando ripresero l'argomento e venendo a discorrere delle arti in generale Piero a un certo punto disse che il loro fiorire e il loro decadere nella storia dei varii popoli erano strettamente legati con i periodi delle grandi guerre nazionali.
— E delle rivoluzioni! — esclamò Giacomo.
E ne uscì una discussione sul valore delle rivoluzioni e delle guerre rispetto alla formazione delle civiltà umane, sul valore delle classi e delle nazioni. Giacomo vedeva nella storia l'importanza maggiore della rivoluzione e della classe, Piero l'importanza maggiore della guerra e della nazione. E per giorni e giorni le due dottrine, le due culture, le due coscienze lottarono vivamente.
Piero Buondelmonti fu il primo ad accorgersi che la loro amicizia poteva soffrirne, e siccome non voleva questo, incominciò ad affermare meno per parte sua e a lasciare che l'altro affermasse di più. Tacendo sorrideva dentro di sè. Quando Giacomo nel calore delle sue dimostrazioni pronunziava una frase orrida di neologismi teorici dedotti, secondo il linguaggio del socialismo scientifico e militante, dal concreto nell'astratto, Piero, che aveva l'armonioso parlare dei padri, sorrideva dentro di sè e un'ombra del sorriso gli appariva altresì sul volto magro e triste. Sorrideva dell'amico suo pensando che per la sua scienza egli aveva quel gergo, egli che per esprimere l'inesprimibile dell'anima sua aveva la divina musica.
Ben presto accadde che in Giacomo Rummo risorse il propagandista. Piero aveva trovato un modo per far contento l'amico e non scontentar troppo se medesimo: invece di contradirlo, quando affermava, prendeva argomento dalle sue affermazioni per domandargli notizie sugli istituti, su uomini e cose del socialismo. Un giorno i due amici stavano nel giardino e Piero interrogò Giacomo sui sindacati di mestiere. Questi parlò a lungo e l'altro lo stette ad ascoltare con molta attenzione e poi gli domandò se aveva certi libri italiani e francesi su quella materia, aggiungendo che li avrebbe letti volentieri. L'amico il giorno dopo glie li portò, e per più giorni, man mano che Piero li andava leggendo, formarono il tema de' loro discorsi. Piero mostrava di dar molta importanza a quei libri e di riconoscerne il valore e Giacomo se ne compiaceva e li magnificava. Ei magnificava la nuova scuola del socialismo alla quale egli apparteneva e che era appunto il sindacalismo. Ei vedeva nei sindacati i germi del mondo futuro, vedeva questo mondo uscire dallo sciopero generale, e parlandone diventava eloquente per virtù della sua fede, e siccome non poteva per l'abitudine della sua vita scompagnar l'eloquenza dalla propaganda, nè questa dall'idea di far proseliti, incominciò a nutrir fiducia di poter aver una qualche efficacia sull'animo dell'amico. E un giorno specialmente parlò con straordinaria forza e con straordinario amore per convertire l'amico. Avevan fatto una passeggiata e parlato di se stessi e di tante cose, nè mai nella loro amicizia avevan avuto un'ora così intima. A un certo punto Piero aveva fatto allusione alla sua disgrazia e sentendosi serrar la gola da uno di quegli assalti del dolore che eran diventati sempre più radi, ma non mai scomparsi del tutto, s'era messo a piangere. Giacomo l'aveva consolato. Poi tornati alla villa s'eran messi a sedere nel giardino, e Giacomo sentiva una grande pietà per l'amico e anche per la prima volta sentiva pietà per Giovanna. A un tratto il cuore gli dette un gran balzo d'orgoglio. Giacomo, come mai per il passato, ebbe l'orgoglio della sua fede e per mezzo di questa concepì il proposito di poter dare all'amico un'anima nuova. Subito avviato il discorso sull'argomento del sindacalismo incominciò a parlare con tanto calor d'eloquenza che presto Piero ne fu preso e levando su di lui gli occhi meravigliati e ascoltando dimenticò il suo dolore. Giacomo parlò delle unioni dei lavoratori nei sindacati, parlò dei lavoratori che producono la ricchezza del mondo, energici e disciplinati come le macchine di ferro e di fuoco che trattano. La sua eloquenza era scultura da cui i lavoratori sorgevano trasformati in eroi. La sua eloquenza era bella non ostante il gesto rotto, la voce stridula, le labbra secche, tanta era la passione dell'animo, tanta era la religione nella quale egli aveva trasformato il suo furore, le invidie che esistono accumulate nel sangue umano da generazioni. I lavoratori, gli uomini diversi da lui, rappresentavano per lui la sua parte di bene che non aveva avuto, il suo amore che non aveva avuto, la soddisfazione delle sue ambizioni politiche che non aveva avuto, rappresentavano quanto dal profondo del suo egoismo umano non aveva levato nemmen la voce attraverso gli anni nel clamore della furia di classe, eppure esisteva accumulato da generazioni. I lavoratori erano coloro che agivano, che vivevano per lui oltre i limiti della sua vita e della sua azione. Ma egli non sapeva questo, non sapeva più nulla di se medesimo, ed era giunto ad amare i lavoratori per loro soli con frenesia d'amore, e perciò quando parlava di loro diventava il loro sacerdote, il loro poeta, il loro profeta. E quella volta dinanzi ad un uomo solo parlò come dinanzi ad una moltitudine d'anime. Dando la più profonda e pura sostanza del suo ardentissimo cuore, aveva perduto persino gli sgradevoli neologismi teorici e la sua eloquenza sgorgava dalla più pura vena, più profonda delle sorgenti stesse della musica. Ei terminò:
— Bisogna credere nell'ascensione dei lavoratori! Credi, Piero, credi! Sono i migliori nostri fratelli, i più forti ed i più generosi. Tu stesso per le tue idee nazionali, se avrai bisogno della forza, troverai in loro la forza, se avrai bisogno della generosità, troverai in loro la generosità. Bisogna credere nell'ascensione dei lavoratori. Credi, Piero, credi! E renditi conto che le cose grandi si possono fare con una sola classe e con una sola età: il popolo e la gioventù.