I giornali pomeridiani portavano telegrammi d'Europa anche più gravi. In mattinata il Buondelmonti aveva visto il Berènga, i Mùrola, Giorgio Tanno, il console, altri notabili della colonia, e quando vennero gli ultimi telegrammi, egli si trovava appunto nelle officine del Tanno dove su mille e duegento operai ce n'erano circa ottocento italiani.

Giorgio Tanno era uno dei capi della colonia, il primo dopo il Berènga per la sua intelligenza, la sua ricchezza, il suo ardore patriottico, la sua munificenza, e come presidente del comitato della Dante Alighieri raccoglieva intorno a sè quanto d'italiano c'era di meglio a Rio de Janeiro. Sicchè quel giorno si videro giungere alle officine gli uni dopo gli altri medici, ingegneri, altri professionisti, commercianti italiani, tutti per parlare di quello che da un momento all'altro poteva accadere nella patria lontana. Altri ne furono chiamati per telefono e accorsero perchè si sentiva il bisogno di stare insieme. S'eran radunati dove i primi venuti avevan trovato il padrone delle officine fra i suoi operai, sotto una capanna di scarpellini di granito, e fra il battere di cento mazzuoli vagliavano il pro e il contro per l'Italia se fosse scoppiata la guerra, ciascuno mettendo fuori le cognizioni che aveva sugli armamenti italiani di terra e di mare. Da tutti era molto interrogato Piero Buondelmonti come ultimo giunto d'Italia. Eran quasi tutti meridionali, della Calabria e della Basilicata, e gridavano tra lo strepito de' mazzuoli con un furor di gesti e di voci. Qualche scarpellino de' più vicini di tanto in tanto alzava gli occhi verso di loro. Dinanzi alla capanna s'ergevano le cave di granito sotto il sole rovente e su quelle salivano e scendevano e smovevano lastre altri operai de' quali pure, alcuni, di tanto in tanto alzandosi su guardavano con stupore. Ma da nessuna parte appariva un segno che distinguesse in quel giorno gli operai italiani dagli altri. Tutti lavoravano muti sotto il sole rovente tra le cave e il mare. Subito di là dalla capanna appariva il mare e fermi alla ripa stavano barconi carichi di legname e uomini seminudi li scaricavano. Centinaia e centinaia d'italiani lavoravano nelle officine dei fabbri, centinaia e centinaia in quelle de' falegnami e d'altri materiali da costruzione; ma da nessuna parte appariva un segno.

Quando però fu cessato il lavoro, il Tanno e gli amici lasciate le officine pochi momenti prima, s'eran soffermati sopra un largo della strada dinanzi all'uscita, perchè uno aveva fatto la proposta d'andare dal console e dal ministro italiano: a un tratto si videro circondati da uno stuolo di operai che li guardava in silenzio; e lo stuolo crebbe in pochi minuti; a mano a mano che gli operai lasciavano le officine, diventò una grande radunata: erano tutti operai italiani. Presto questi presero animo, interrogarono il padrone, il Buondelmonti e gli altri, e si levò un brusìo di voci. A un tratto una voce forte dominò tutte le altre gridando:

— Signori!

E verso il centro della radunata dove stavano Tanno e il Buondelmonti, si avanzò un giovane con una faccia maschia e gioviale e disse:

— Se ci sarà la guerra, i nostri fratelli daranno il loro sangue; noi invece restiamo qui. Ma loro signori facciano una colletta e anche noi non ci rifiuteremo.

Da cento e cento petti si levò un'acclamazione.

Sul momento, in mezzo agli operai tennero una specie di consiglio il padrone delle officine, il Buondelmonti e gli altri, e deliberarono che si sarebbe fatta la colletta per i soldati italiani e che di lì a due giorni il Buondelmonti avrebbe fatto un discorso in pubblico a pagamento.

Subito il Tanno levandosi sulla punta de' piedi, piccoletto com'era, col cuore che gli saltava fuori del petto dall'entusiasmo patriottico, agitò in aria tutte e due le braccia per ottenere silenzio e col suo modo di fare bonariamente solenne bandì la deliberazione a gli operai gridando:

— Brava gente! Il nostro caro e grande connazionale Piero Buondelmonti qui presente parlerà doman l'altro a gli italiani di Rio de Janeiro! Domani subito sarà iniziata la colletta! E i denari che ricaveremo da questa e dalla vendita dei biglietti per il discorso, li manderemo in patria per i soldati che vanno al campo, se ci sarà la guerra. E se voi sottoscriverete ciascuno per una giornata di lavoro, noialtri qui soli, tanto meglio provvisti, dovremo mettere insieme di tasca nostra per lo meno un milione. E lo metteremo! Qualora poi non scoppi ora la guerra, non manderemo i denari subito, ma continueremo la colletta fino a che gli italiani del Brasile non abbiano messo insieme tanto da poter offrire alla patria una corazzata!