Sboccarono nella via principale della città e il Rummo si confuse tra' passanti.
Soffriva orribilmente.
Tornò indietro per fuggire la gente e rifece il viale sul mare sino a una via in costa a destra chiamata Donna Luisa dove aveva una stanzetta a un terzo piano. Su per le scale bestemmiò fra sè e sè perchè secondo il solito erano ingombre di stracci e di fogli; alcuni inquilini delle stanzette aperte lungo le scale lo salutarono, ma ei non rispose. Erano camerette misere e in disordine e vi erano giovanotti, studenti, seminudi per la grande afa della sera. Tutta la casa aperta, senza custodia alcuna, pareva abbandonata ai passanti della via. Il Rummo salì fino all'ultimo piano, entrò nella sua cameruccia che pareva un ripostiglio di carta straccia. Da per tutto c'erano libri, aperti, fin per terra, e fogli e giornali, soprattutto giornali a monti e giornali spiegati da per tutto, i giornali che erano per il Rummo ciò che sono per altri le lettere d'amore. E su tutta quella carta pesava un odor fortissimo di fumato e qua e là si vedevano tabacchi e pipe di terra e di legno, il solo vizio di Giacomo Rummo. Questi si sentì le fauci secche, volle bere, ma l'acqua che aveva in camera era troppo calda, l'afa era soffocante, s'alleggerì di vesti e si sedette alla finestra. Faceva ancora giorno.
Giacomo Rummo soffriva orribilmente sforzandosi di rappresentarsi quali potessero essere in quel momento lo stato e le forze del socialismo nelle nazioni che erano sul punto di scendere in campo. Avrebbe potuto il socialismo gettarsi in mezzo a loro? Il Rummo aveva lasciato l'Italia e l'Europa molti anni prima quando il socialismo combatteva strenuamente. Allora il socialismo avrebbe potuto imporre la pace, e il Rummo si ricordava quante e quante volte lui stesso aveva affermato questo nei discorsi di propaganda e nei comizi. Ma ora? Ora aveva presenti tutte le mutazioni fatte negli ultimi anni dal socialismo, sapeva quanto quel vecchio socialismo europeo distasse ormai da quello nuovo del quale egli era divenuto seguace; pure in un resto d'illusione invocava ancora che si mettesse il grande veto alla guerra. E passata l'illusione soffriva orribilmente, soffriva orribilmente come se avesse avute al mondo le cose più care che non aveva, e fosse per perderle. Soffriva orribilmente e si sentiva sbranare il cuore dall'odio contro le patrie, come se queste fossero state sue nemiche, nemiche di lui solo. A un tratto pensò che la guerra non sarebbe scoppiata, perchè non sarebbe scoppiata, perchè tante guerre negli ultimi decennii avevan minacciato l'Europa e s'eran sempre evitate, perchè la civiltà non voleva più le guerre; allora esultò come per una gioia che fosse toccata alla sua vita. Si mosse per la sua stamberghetta, battè le palme sui monti di giornali levando gran polvere, tornò alla finestra e si mise a fumare, a fumare vittoriosamente dinanzi alla fornace della sera tropicale, dinanzi alla città che s'accendeva de' primi lumi. Fumò vittoriosamente sulla faccia delle patrie. Poi a poco a poco il Rummo tornò quello di prima; la sua povera persona stava su in cima a quella stamberghetta di Rio de Janeiro, privata di tutto, e la sua anima con la sua furia di parte e la sua impotenza era perduta lontano lontano dinanzi alla guerra delle nazioni. Ei sentiva una sete che gli arrabbiava la gola. Accostò l'acqua alle labbra. Era intollerabile.
Il Rummo soffriva orribilmente, perchè era un uomo misero e grandioso, poteva far sorridere ed era tragico. Perchè come nessun altro poteva vivere fuori di se stesso in una vita più vasta, nella vita collettiva, con tutti i tormenti che possono martoriare un cuore d'uomo per se solo. Come nessun altro, aveva una tragica volontà che si estendeva fuori di lui stesso nella vita collettiva, in quella che sola era esistita fin lì per lui, nella lotta delle classi il cui esito non poteva dipendere da lui. Aveva, come nessun altro al mondo, un tragico egoismo sradicato, per così dire, dal cuore di lui medesimo e trapiantato con tutte le sue feroci cupidigie in un cuore più vasto, nella lotta delle classi. Era anch'egli l'individuo tragicamente collettivo.
Quella sera stava seduto alla finestra, il gomito nudo sul davanzale, il pizzo schiacciato nel cavo della mano. Venne a poco a poco la notte, la città si accese tutta, parevano uscir dalle tenebre vampate d'incendio. Il Rummo di tanto in tanto risentiva la sete, si rammentava che l'acqua era troppo calda, con gli occhi dello spirito vedeva tutta la casa senz'acqua, tutto il colle senz'acqua, rivedeva tutta la via lunga che bisognava fare per giungere fino a quel caffè della città bassa dove la sera innanzi aveva bevuto un bicchiere d'acqua fresca con succo d'ananasso. E i suoi occhi continuavano a guardar lontano, carichi di passione. Che vedeva in Italia? Vedeva se stesso negli anni della prima gioventù quando lottava per il proletariato, quando ebbro di lotta di classe infuriava tra le folle clamorose contro gli armamenti e le guerre nazionali, ostacolo al trionfo del proletariato. E ora per quello stesso egoismo che è più forte in chi più vive di vita collettiva, vedeva se stesso vinto laggiù, vedeva le classi schiacciate dalla guerra delle nazioni e si sentiva schiacciato lui stesso; avrebbe voluto levarsi e agire per le classi; ma non era nemmeno una classe, era un individuo, e nemmeno un individuo perchè lontano, annullato da immenso spazio, era un atomo distante migliaia e migliaia di miglia dalle nazioni dalle quali si sentiva vinto e schiacciato. Gli restava solo l'occhio per fissare, da quella finestra della città straniera, de' punti ostili di là dall'oceano, spasimosamente. La sete arrabbiava il suo patire.
Rivide i suoi nemici della giornata, il Buondelmonti, il Tanno e gli altri, e tutto quello che avevano fatto gli parve che l'avessero fatto contro di lui. Ma ripensando specialmente al Buondelmonti si ricordò delle sue parole, si ricordò anche lui dei giorni e delle notti passate al suo capezzale, si ricordò dell'amicizia che avevano stretta fra loro. E riandando tutto il tempo che l'aveva conosciuto, dal primo incontro nella villa del Berènga sin all'ultimo di quel giorno nelle officine del Tanno, gli parve di scoprire nel Buondelmonti una bontà che in se medesimo non ritrovava. Gli risonavano all'orecchio le sue parole:
— Non potrò mai dimenticare!
E le altre parole le aveva dette con una voce più accorata che dura.
Ripensò a questo il Rummo e il cuore gli si spetrò, un animo gli disse: