Anch'egli, quando dalla gran voce del Buondelmonti era stata data la notizia della guerra, anch'egli con tutt'il petto fuori del suo palco aveva mandato un urlo spaventoso in mezzo all'uragano di grida che facevan crollare il teatro. Poi precipitatosi fuori, rompendo la calca e correndo aveva attraversato il teatro, era salito sul palcoscenico e aveva gettato intorno al collo del Buondelmonti le sue grandi braccia. E poi fattosi avanti al proscenio sedò col cenno delle braccia il tumulto delirante e lanciò l'invito per la sera dopo.

Dopo di che tornando a Santa Teresa con alcuni amici si mise a parlare d'un suo antico parente che era morto nelle guerre dell'indipendenza italiana, e per tutta la strada non parlò d'altro. Parlava con una gran cordialità e una gran gioia.

Ma giunto alla villa si mutò. Licenziati gli amici pranzò solo. Alzatosi da tavola si mise a camminare su e giù per il salotto a grandi passi e sospirando dal profondo. Finchè a un tratto s'arrestò in mezzo alla stanza e levata la fronte s'irradiò di contentezza. In fretta ritiratosi nel suo studio si sedette al tavolino ripetendo fra sè e sè:

— Vediamo, vediamo.

E raccolse tutti i suoi pensieri sopra i lavori che aveva allora a mano nella città. Eran più case e palazzi in costruzione, quanti non ne aveva avuti mai, perchè la sua fortuna fioriva, nè mai era stata così in fiore per il passato. Pensava a chi avrebbe potuto affidarli, que' suoi tanti lavori, tanti, tanti per tutta la città, e gli passavano per la mente nomi d'altri costruttori, di fidi suoi sottoposti, d'amici, ma ben presto dovè convincersi che dovunque non si poteva far di meno della sua presenza. Egli era di quegli uomini i quali sono legati al proprio lavoro come l'anima al corpo, si stimano ad esso necessarii sempre, nè se ne possono allontanare, nè molto meno ammettervi estranei, uomini di dovere, di passione e d'orgoglio. Tale era il Berènga e in tanti anni non s'era mai allontanato dal suo lavoro, nè l'aveva affidato ad estranei. E nemmeno quella sera poteva. Poteva anche meno che se avess'avuto una famiglia che Dio non gli aveva voluto dare. E tra sè e sè si diceva proprio così:

— Posso io, posso io lasciar qui la mia carnaccia e andarmene con l'anima, se il Signore non vuole? O posso lasciar qui l'anima mia e andarmene col resto?

E così dicendo sospirava di nuovo dal più profondo del petto perchè non poteva partir insieme con gli altri per l'Italia. Stava al tavolino su cui per tanti anni la notte, dopochè il giorno aveva costruito case per gli altri, era andato costruendo per sè, rudimento con rudimento, scienza con scienza, arte con arte, costruendo la sua propria vita interiore. Stavano lì sotto i suoi occhi cumuli di libri, quaderni, disegni; ma ora tutto quello che egli aveva fatto di bene, tutte quelle testimonianze del suo nobile amore di conoscere e della sua nobile pazienza d'apprendere gli si voltavano contro e gli dicevano:

— Tu non puoi partire!

Perchè quanto vedeva intorno a sè, gli ricordava le radici che egli non aveva mai cessato di mettere nel suolo straniero per tanti e tanti anni il giorno e la notte. Perchè era accaduto a lui come avviene ai nobili alberi i quali salgono su col tronco aspirando verso il cielo, che quanti più rami buttano in alto, tante più radici devono profondar nel terreno. Così egli aveva dovuto profondar tutte le sue radici nel suolo straniero, perchè tutto aveva fatto qui, e quando vi era giunto, egli non era nulla.

Tornò ancora a levar la fronte con un raggio di luce. Gli pareva d'aver trovato l'uomo a cui poter affidare i suoi lavori. Ma subito come il mare crudele accumula onda su onda sul capo di chi va giù, gli vennero a mente le cinque officine nelle quali aveva dovuto portar da settecento a mille gli operai. Nè mai per il passato, quando la catastrofe l'aveva colpito, il suo ferocissimo cuore s'era rivoltato tanto, nè aveva dolorato tanto, quanto ora per il favor della fortuna.