Dal giorno che Anton Stefano lo aveva coperto d’insulti; dal giorno che Giuseppe gli aveva spezzato il calcio del fucile, facendogli fuoco addosso, Bastiano non aveva più voluto metter piede in alcuno stazzo: nè in quello dell’Avru, nè in altri.
— Ormai son solo! — ei pensava — Non ho più sposa, non ho più amici, non ho più parenti. La sposa si è tolta dalle orecchie i miei orecchini per dirmi che tutto era finito; l’amico mi ha scacciato dalla sua casa come un cane; i parenti han fatto lega co’ miei nemici per perdermi. Han tutti congiurato la mia morte, dunque son solo!
E da quel giorno il muto aveva giurato odio alla sposa, agli amici, e più di tutti ai parenti: — ai parenti che gli avevano strappato il giuramento di non recare offesa alla famiglia di Anton Stefano, senza reclamare ugual giuramento dalla parte avversa. L’omissione di questa formalità poteva nascondere un perfido disegno, e riuscirgli fatale. Era mai presumibile che i parenti avessero dimenticata una promessa che garantiva la sua vita? O piuttosto, nell’ometterla, non avevano essi cercato un mezzo più facile di disfarsi di lui, perchè stanchi di sopportarlo? Eppure erano stati loro la causa prima d’ogni sua sventura! Cieco strumento dei Vasa nell’odio che nutrivano per i Mamia, per essi si era macchiato di sangue umano. Ecco la ricompensa che gli davano.
Rabbia, dispetto, vendetta: — erano questi i sentimenti che si combattevano nell’anima del muto nella notte che precedette l’alba del 6 luglio!
Chi aveva potuto armare il braccio del suo rivale? Anton Stefano e sua moglie! — così ragionava Bastiano. — Essi soli avevano congiurato la sua morte. Mancava loro un braccio punitore — e lo avevano trovato in Giuseppe, a cui si concedeva la mano di Gavina in premio d’un assassinio. « — E i miei parenti plaudirono alla trama infernale! Dopo aver approfittato della mia generosità, mi gettano ora in un canto, come uno strumento inservibile. E mi sta bene!»
E Gavina?
Al pensiero della figlia di Anton Stefano le smanie del muto parevano calmarsi; egli dimenticava gli odii, le vendette e i rancori, per non pensare che a lei. Richiamava alla mente il giorno felice in cui Gavina gli sedeva al fianco sotto l’ombra del cespuglio spinoso, e al ricordo di quel braccio nudo, sul quale aveva impresso un bacio ardente, sentiva il sangue affluirgli al cuore.
Ad un tratto i suoi pensieri presero un altro indirizzo. Gli pareva di veder Giuseppe, più fortunato di lui, stringersi al petto la bella cugina per baciarla in bocca. Allora digrignava i denti; levava al cielo i due pugni minacciosi, e si dava a correre come un disperato, volendo quasi fuggire quella visione infernale, che lo perseguitava dovunque. Il suo odio, come i suoi pensieri, si scatenavano allora contro i due vecchi, che riteneva unica causa della sua infelicità.
— Se Anton Stefano avesse voluto, Gavina sarebbe stata mia! Fu lui che si lasciò dominare dalla moglie; da colei che mi ha preso a gabbo: che mi ha restituito i doni, e che ha concesso la propria figlia al primo venuto, a patto che mi uccidesse! Su lei sola, dunque, dovrebbe ricadere tutta la mia collera; ma io non sarò così vile da macchiarmi del sangue di una femminuccia. Voglio colpirla, sì, nel cuore, ma in modo ch’essa viva per poter conoscere la mano che l’ha colpita. Le nozze di Gavina hanno da essere lugubri: il giorno dell’abbraccio non dev’essere per alcuno un giorno di gioia — dev’essere per tutti un giorno di lutto!
E così pensando gettava uno sguardo terribile sullo stazzo; perocchè in mezzo alle tenebre che regnavano nella sua mente, egli non vedeva che quel lume lontano che altri forse avrebbe scambiato con gli astri del firmamento — non però lui che ben sapeva discernere le stelle del cielo dai fuochi della terra!