Erano stati per lui due giorni di agonia, quelli che precedettero quell’alba funesta! Bastiano vedeva tutto fosco; il cielo gli si presentava sotto un diverso aspetto, la terra aveva per lui nuovi linguaggi: la natura, invece di dargli calma, pareva volesse suggerirgli pensieri sinistri. Il giorno prima aveva errato nella foresta dell’inferno — e forse l’Inferno aveva soffiato nella sua anima.
Tutto gli parlava di morte.
Strane paure, di cui non sapeva darsi ragione, gli si addensavano in cuore. Gli pareva che ogni cespuglio, ogni crepaccio nascondessero una creatura umana; che la stessa solitudine fosse popolata di lugubri fantasmi.
Tutto, a lui d’intorno aveva vita — tutto aveva una parola.
Quando attraversava qualche gola i grossi macigni gli apparivano come giganti minacciosi che aspettassero un soffio di vento per piombargli addosso — quando poneva il piede sulle pianticelle vermiglie che crescono a grappoletti sul muschio o sui licheni del granito, gli pareva di calpestare sangue aggrumato[25]; quando s’internava nelle foreste dei sugheri, trasaliva dinanzi ai tronchi rossi degli alberi a cui era stata tolta la corteccia. Avrebbe giurato che quelle quercie insanguinate storcessero le braccia per dolersi delle loro piaghe — oppure che gridassero vendetta contro gli uomini che le avevano assassinate.
E pensava raccapricciando:
— Dovunque passa, il Gallurese lascia traccia di sangue, — anche sui graniti e sulle piante!
*
Il lumicino si era spento, e lo stazzo dell’Avru era immerso nelle tenebre. Tutta la famiglia di Anton Stefano riposava — ma il muto vegliava per loro.
Accovacciato nello speco, ed in preda ad un tremito nervoso, Bastiano passò la notte a guardare le stelle, finchè le vide sparire ad una ad una.