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Allo sparo dell’arma ed alle grida del ferito, le donne, Giuseppe ed i servi, uscirono dallo stazzo. Essi presentirono l’accaduto quando videro la cavalla di Anton Stefano che tornava sola dall’Avru. La povera bestia era tornata indietro, quasi ad annunziare alla famiglia la disgrazia toccata al suo padrone.
In un baleno si recarono tutti presso al caduto, che si contorceva, tentando invano di puntellare una mano a terra per rizzarsi.
Furono pianti, urli, grida che straziavano l’anima.
Il vecchio fu sollevato alquanto. Aveva il viso color della cera, l’occhio vitreo, le labbra insanguinate. Volse intorno gli occhi, stranamente spalancati, cercando quasi di darsi ragione dell’accaduto.
— Chi ti ha colpito? Parla! parla! — gli chiedevano con ansiosa premura i servi!
— Il muto, non è vero? — esclamarono insieme Giuseppe ed i pastori, già resi feroci dal pensiero della vendetta. E avvicinarono con avidità le loro orecchie alla bocca del morente per raccogliere coll’ultimo respiro il nome dell’uccisore.
Il vecchio volse in giro gli occhi vitrei, e li fissò a lungo sul volto della moglie. Finalmente con un supremo sforzo pronunciò queste parole:
— Date uno scudo a San Gavino... Mi ha ucciso il muto... Dovevamo prevederlo!
Non disse altro.