La scena che accadde in seguito è più facile immaginarla che descriverla. Le figlie, la moglie, le serve urlavano disperatamente strappandosi i capelli e assistettero raccapricciando ad un’agonia straziante che durò due ore.
Uno dei più rispettabili pastori della Gallura, caro a tutti per bontà di cuore, per nobiltà di carattere e per onestà di costumi, era stato tolto dal mondo. Lo stesso Pietro Vasa, quando apprese l’accaduto, esclamò con risentimento:
— Per compensare la morte di Anton Stefano non basterebbe l’uccisione di diciotto uomini!
PARTE QUARTA FINALE
I. Sulla china del monte
Erano trascorsi dieci mesi.
La campagna, palpitante sotto le prime carezze della primavera, si era tutta ricoperta di fiori, quasi sposa feconda che sorrida all’amante.
Era l’ora dello sconforto, del silenzio, della solitudine. La natura, stanca, parea cercasse il riposo.
I monti prendevano colori foschi, fantastici; il mare lontano, sbiadito, pareva confondersi col cielo, nell’ampia distesa che divide l’isola Rossa da Castelsardo. Il sole era da poco calato dietro all’isolotto dell’Asinara, e lunghe nuvole infuocate listavano ad occidente l’orizzonte. Quella luce sanguigna tingeva di rosso tutte le vette dei monti, e fusa coll’azzurro purissimo del cielo produceva quella nebbia violacea e vaporosa che dà al crepuscolo della sera un’intonazione calda, melanconica.
La solitudine era profonda. Non si vedeva alcuna foglia muoversi poichè nessun vento spirava. Solamente il timo e le altre erbe aromatiche, recavano in giro i loro profumi, destati dalle ombre che calavano lente. Le selve degli elci sembravano grandi macchie nere, compatte; i graniti mandavano l’ultimo scintillìo sotto i raggi infuocati, che andavano impallidendo. Le nuvole sottili che listavano l’orizzonte, da rosse si erano fatte violacee — da violacee turchine. E la natura diventava sempre più triste, più fosca, più misteriosa.