Le forme dei monti, dei graniti, e dei folti lentischi apparivano sotto profili incerti, indefiniti; e i colori si confondevano insieme, perdendosi in isfumature leggere, o cariche.
La canzone di qualche pastore gallurese, il quale guidava le mandrie all’ovile, si era perduta in lontananza, insieme al tintinnìo monotono delle campanelle.
Un uomo, tutto solo in quel deserto silenzioso, attraversava lo spazio che separa le colline di Petra Màina dal monte di Cucurenza.
Camminava lento lento, con passo incerto — col passo stanco del proscritto che si dà in braccio ad un cieco destino, senza lotta e senza tema d’insidie.
La notte lentamente calava, ed egli camminava sempre col proposito di fermarsi dove avrebbe trovato un giaciglio che lo riparasse dall’umido della sera. Non aveva casa, non aveva famiglia, motivo per cui nessuno poteva aspettarlo.
La campana della parrocchia d’Aggius suonava l’ave Maria, e quei rintocchi lontani, portati dalla brezza serale su quelle alture, si perdevano in un fievole lamento.
Quell’uomo, forse, avrebbe pregato all’annunzio dell’Ave Maria — ma egli era sordo, e non udiva la campana; era muto e non sapeva pregare.
Bastiano — poichè era lui — levava di tanto in tanto gli occhi, quasi misurando la distanza che lo separava dal monte di Cucurenza, a cui pareva diretto.
Il monte aveva preso una tinta nera, e la sua vetta spiccava nettamente nel limpido cielo infuocato che le serviva di sfondo.
Tratto tratto il muto si voltava per gettare un’occhiata al colle di Petra Màina o alla catena dei monti d’Aggius, di cui vedeva appena le punte di tramontana.