IV. L’Infanzia del Muto
Bastiano Tansu era figlio di modesti pastori di Aggius. Aveva parecchi fratelli — alcuni maggiori d’età, altri minori di lui.
La sua infanzia era stata tempestosa; perocchè fin dai primi anni ebbe a soffrire molte umiliazioni per la sua imperfezione fisica. I suoi compagni lo maltrattavano, o lo deridevano; nè tardò ad accorgersi ch’era un uomo incompleto.
Nei trastulli infantili era sempre scartato — nelle dispute sempre percosso.
Talvolta coi gesti e gli urli cercava persuadere i compagni della loro ingiustizia: ma chi comprendeva gli urli e le smorfie di quel disgraziato? Nessuno. Egli piangeva e si disperava — e quelli credevano che facesse uno scherzo; egli supplicava invocando un po’ di compassione — e quelli credevano insultasse. Infelice! — altro mezzo non gli era dato per manifestare i suoi pensieri, all’infuori di quegli urli e di quei guaìti i quali non facevano che provocare l’ilarità, o la celia.
Bastiano si raccoglieva in sè stesso. Tra lui e il mondo esteriore non c’era alcun rapporto. Egli non poteva manifestare agli altri i suoi pensieri — nè gli altri a lui. Era dunque centro d’un mondo tutto suo, e discorreva soltanto con la propria coscienza.
Tuttavia, non poteva intieramente rinunziare a quei trastulli che formano il passatempo dell’età infantile. Era sempre co’ i suoi compagni; e andava con essi a sorprendere il nido degli acquilotti sulle vette del monte Pinna o del monte Fraile; oppure si dava a correre in mezzo ai cespugli per far raccolta di corbezzoli d’oro o di ginestre fiorite, che tanto abbondano in quei dintorni. La sua parte di divertimento era la più modesta — ma gli bastava, ormai si era abituato agli altrui motteggi, o all’altrui indifferenza, e fingeva non badarvi.
Col crescere degli anni però, il suo carattere e le sue abitudini si erano modificati. Alle felici accondiscenze era subentrato un orgoglio insolente. Bastiano entrava nel periodo della reazione; La sordità lo aveva reso diffidente — la mancanza di lingua lo aveva reso irascibile. Veduto che i suoi urli movevano al riso; veduto che la sua umiliazione gli provocava insulti; veduto che i suoi gesti non venivano compresi e che egli non riusciva a comprendere il gesto degli altri aveva adottato un mezzo che rispose all’intento prefisso. Non riuscendo a farsi amare, tentò di farsi temere; alla sua lingua, che non sapeva spiegarsi, oppose i suoi pugni d’acciaio che venivano compresi. Usando della forza e dell’audacia di cui madre natura lo aveva fornito, riuscì a farsi rispettare. Non ebbe mai altra coscienza che quella della propria forza; non sentì altra voce che quella dell’istinto.
I saggi del paese dicevano che Bastiano aveva sortito dalla nascita istinti feroci. Tutti avevano riconosciuto in lui una natura perversa; e il parroco aveva presagito e predicato in piazza, che quel muto doveva finire nell’ergastolo o sul patibolo.
Bastiano era per tutti un cattivo, tranne per i suoi fratelli e per sua madre la quale aveva una predilezione per il povero disgraziato: forse perchè sapeva che i disgraziati hanno, più degli altri, bisogno d’affetto e di premure.