E il muto, dal suo canto, non amava che sua madre e i suoi fratelli; perocchè essi soli al mondo comprendevano i suoi gesti e i suoi urli.
Nato senza lingua e senza udito, quell’infelice crebbe coll’odio nel cuore. Nutriva una profonda invidia per tutti gli uomini che potevano liberamente esprimere i loro sentimenti. Egli era un derelitto, un reietto, un miserabile. Quantunque fanciullo, pur comprendeva che la natura lo aveva gettato in mezzo ad una gente più sorda e più muta di lui. Mentre all’intorno ferveva la vita e il frastuono, nella sua anima era sempre un silenzio sepolcrale ed una squallida solitudine.
Non passava giorno senza che Bastiano percuotesse un suo compagno. Provava una ferocia indicibile a far del male ad altri. Non udendo i lamenti della vittima, gli era meno penoso l’ufficio di carnefice che si era assunto.
Divenuto grandicello, si era vendicato ad uno ad uno di tutti quei compagni che bambino lo avevano maltrattato, deridendo la sua infermità, ma accadeva ben spesso che il percosso era lui; perocchè, acciecato dall’ira, diventava temerario, e non misurava le proprie forze con quelle dell’avversario. Chiunque fosse che gli facesse uno sfregio, non transigeva, gli si avventava addosso come una tigre, senza preoccuparsi di una sconfitta. Sugli altri aveva una superiorità: percosso a sangue non si lamentava mai; anche vinto aveva l’orgoglio dei vincitori. Gli sarebbe parsa vigliaccherìa piangere o lamentarsi in faccia al nemico che egli aveva sfidato. Anzi, Bastiano non sfidava mai — assaliva all’improvviso, senza dar campo al nemico di riaversi dalla sorpresa. Ed era questa la sua forza — il segreto delle sue vittorie.
Il muto d’Aggius non conosceva paura. Più volte insieme coi compagni, era salito sul monte della Crocetta per dar la caccia al nido degli avvoltoi. Giunti lassù, i compagni si mettevano d’accordo, e lo piantavano solo sul monte misterioso. Il muto dava una scrollatina di spalle, sogghignava, e faceva ritorno al villaggio, col massimo sangue freddo. Eppure non vi era fanciullo in Aggius, capace di salir solo sulla roccia maledetta!
Non v’ha dubbio! — dicevano in paese — il muto è figlio del diavolo — e il diavolo lo protegge.
La imperfezione del muto, che negli uomini destava ilarità, nelle donne destava anche avversione. Quando Bastiano, più galante del solito, parlava a modo suo colle ragazze, cercando di mettere nei suoi movimenti tutta la grazia possibile, le ragazze ridevano a scrosci, per le smorfie ch’egli faceva con la bocca e per i suoni striduli che gli uscivano dalla strozza. E si allontanavano da lui mostrandogli la lingua e facendogli le corna con le dita, per dirgli ch’era figlio del demonio.
E se i motteggi dei compagni inasprivano il muto, quelli delle fanciulle lo ferivano a sangue. Dagli uomini sapeva difendersi coi pugni d’acciaio; ma colle donne non poteva che contorcere le braccia, mandando un ruggito ch’era imprecazione. Il contegno delle donne gli diceva chiaramente che era una creatura deforme e imperfetta, messa al mondo per dar pasto agli scherni ed agli insulti dei suoi.... non simili! E difatti era la natura che rinnegava sè stessa, facendo tacere nel cuore della donna il supremo degli istinti — l’amore.
Non potendo vendicarsi di quelle deboli quanto belle creature, il muto soffriva crudamente. Guai allora se gli capitava fra i piedi un compagno che gli desse la baia! Tutto il suo cruccio si riversava sul malcapitato, il quale doveva scontare a caro prezzo la sua imprudenza.
Se oggi voi domandate a tutta la Gallura, vi si risponderà che il muto era un tristo, una belva dagli istinti feroci; e che in lui già si presentiva l’implacabile bandito che doveva ricevere il battesimo di terribile, e che dal 1850 al 1858 doveva gettare il terrore e la morte nelle campagne d’Aggius e di Bortigiadas.