Era proprio lui — Pietro Vasa; principio e fine, causa ed effetto: l’uomo che aveva aperto e chiuso il libro d’una storia orrenda, suggellandone col proprio sangue la prima e l’ultima pagina!
Pietro Vasa era stato assicurato con una corda a più giri che gli serrava strettamente le braccia al corpo. Il suo cappotto, lacero e infangato, ben rivela la disperata resistenza ch’egli aveva opposto, quando, ferito, si era dibattuto fra i suoi assalitori.
Quà e là sugli abiti, sopra il petto, sulla barba, e specialmente sul fazzoletto che gli avvolgeva il collo, vedevasi il sangue aggrumato, che usciva ancora dalla larga ferita che aveva alla gola.
Quell’uomo faceva orrore e compassione. Egli volgeva gli occhi all’intorno, fissandoli ferocemente sulla folla immensa che lo attorniava, e che a stento veniva trattenuta dai carabinieri.
Tutte le finestre e le porte della via Runzatu erano gremite di teste umane. Gli abitanti di Tempio erano accorsi frettolosi a vedere quell’uomo — non tanto il forte bandito della Gallura, quanto la causa prima della sanguinosa inimicizia ch’era durata oltre sette anni, e che aveva immolato più di settanta vittime.
Eppure, quell’uomo insanguinato, pallido, lacero, legato come una belva ai polsi ed alle braccia, strappò molte lagrime di compassione in quella memoranda giornata! Senonchè Pietro Vasa non aveva l’aria accasciata di chi sente paura perchè vede appressarsi il momento dell’espiazione. Più che la ferita mortale che egli aveva alla gola, lo pungeva e lo straziava la nervosità curiosa della gente che lo seguiva.
Con gli occhi fissi, pareva volesse dire agli astanti:
— Tremila contro uno? vigliaccheria! Provate a sciogliermi le mani e a darmi un fucile, ed io sarò capace di sfidarvi tutti!
Il sangue colava sempre. E faceva dolorosa impressione vedere il Vasa in quello stato, con le occhiaie livide, con le labbra violacee e la barba insanguinata. Pietro era stanco e molto abbattuto per il cammino fatto, per il sangue perduto e per la lotta impegnata dal suo corpo e dal suo spirito. La sua faccia era cadaverica, le sue membra fiacche, peste. I soli occhi conservavano un terribile lampo di alterigia, di sprezzo, di sfida. Un giorno egli aveva detto: «vivo non mi prenderanno mai» — e l’aver mancato alla sua parola era la più grande delle sue umiliazioni. Anzichè vedersi fra i carabinieri, avrebbe preferito presentare il petto ad un nemico: la sua morte sarebbe stata meno infamante! E col sogghigno che gli stava sul labbro pareva dire alla folla, che non era caduto per la bravura dell’arma reale ma bensì per il tradimento d’un nemico.
La ferita del Vasa era gravissima, e poteva apportare funeste conseguenze. Una palla gli aveva traforato la gola parte a parte, senza però intaccargli la trachea — caso unico, più che raro. E fu constatato che quella palla non era uscita da un moschetto di carabiniere.