Pietro era rientrato in Tempio per la via Runzatu — per quella via che si soleva far percorrere ai malfattori, quando venivano tratti sul luogo del supplizio. E il lugubre pensiero si era in quel giorno affacciato alla mente del celebre bandito.
Sempre seguito dalla folla tumultuante e curiosa, Pietro Vasa fu accompagnato fino al carcere vecchio, dove venne rinchiuso.[27]
Lasciato solo nelle tenebre, Pietro stette in piedi alcuni minuti, volgendo gli occhi in giro per esaminare la sua prigione... ma non ci vedeva. Con le nari dilatate fiutò l’aria mefitica di quell’ambiente angusto, umido, tenebroso, e la comparò all’aria pura e profumata dell’aperta campagna, che per tanti anni aveva respirato. L’infelice presentì che la porta del suo carcere si era chiusa per sempre dietro di lui.
Solo, inquieto, ringhioso, Pietro aspettò per ventisette giorni il giudizio degli uomini; ma prima di questo lo colse il giudizio di Dio. In quel carcere, il 18 marzo 1859, spirò l’anima il celebre capo d’una fazione che aveva seminato la strage ed il lutto nei territori della Gallura.
Nelle ultime ore della sua malattia, presentendo la vicina morte, egli ebbe due gioie: quella di non dover ripassare per la via Runzatu seguito dal carnefice — e quella che nessuno lo avrebbe veduto penzolare da un patibolo con la faccia rivolta al suo paese natale.[28]
Pietro Vasa era sceso nella tomba, quattro anni dopo il suo avversario Antonio Mamia. I due capi, — il giovine ed il vecchio, il padre e il fidanzato — si erano forse ritrovati alla presenza di Dio.
Le due ombre sdegnose erano andate a raggiungere le loro vittime e i loro cari perduti. Ignoro se in Cielo abbiano fatto le paci; posso però assicurare che in terra le loro partite vennero saldate.
Mariangiola — la innocente e prima causa degli odi dei Vasa e Mamia — sopravvisse alla catastrofe — e vive tuttora, sposa ad un uomo ch’ella adora, e dal quale è adorata.
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La vidi la prima volta nel luglio del passato anno 1883. Visitando una sera la chiesa parrocchiale di Aggius, notai vicino alla porta d’ingresso una vecchia accoccolata sul pavimento. Aveva le braccia tese con abbandono sul grembo, il rosario fra le mani e gli occhi rivolti all’altare, dove un prete dava la benedizione. Essa pregava con fervore; di sotto al bruno fazzoletto le uscivano alcune ciocche di capelli grigi: ma nei lineamenti del volto e nella grazia di tutta la persona si notarono ancora la vestigia d’una bellezza non del tutto distrutta dal tempo.