Ricambiati i doni, un giovane pastore si alzò in piedi ed improvvisò una bella poesia, dove si descrivevano le rare doti dei due sposi e la solennità del rito. Era una vera poesia ricca di immagini, e di similitudini, come sanno improvvisarla quei popoli entusiasti e di fervida immaginazione.[7]

Gli astanti complimentarono Pietro e Mariangiola, facendo auguri di felicità per il suo avvenire, e siccome in simili cerimonie essi hanno la minor parte della gioia, così si pensò — secondo la consuetudine — a preparare il lauto pranzo di nozze, a cui assistono i due sposi e le rispettive famiglie.

Tutta la giornata passò in baldorie e in allegrie, ma i più contenti della comitiva erano Pietro e Mariangiola, i quali nell’abbraccio avevano convalidata un’unione, che per due mesi era stata la meta dei loro ardenti desideri.

L’abbraccio è sacro in Gallura, e non può essere sciolto che dalla sola fidanzata. Nè sposo nè genitori potrebbero violare, anche volendolo, quel rito solenne e tradizionale.

III. Mestizia nella festa

La festa fu spontanea, schietta, vivace. Tutti i convenuti non facevano che dar la baia agli sposi con motteggi, allusioni e scherzi innocenti.

Lo abbiamo detto: in mezzo a quell’adunata i più felici erano Pietro e Mariangiola. Essi vedevano alfine realizzarsi i più cari sogni d’amore; e i lunghi sguardi, i sorrisi e le furtive strette di mano che si scambiavano di tanto in tanto, ben dicevano agli astanti quanto gli sposi volevan loro tacere.

Il chiacchierio assordante dei parenti e degli amici non preoccupava i due sposi. Essi fingevano ascoltare gli altrui motti, ma non li udivano. La felicità li rendeva egoisti. In mezzo a quella moltitudine si sentivano soli — in mezzo a quel frastuono si beavano del silenzio che li circondava.

Il pranzo fu lauto e sontuoso — come suole essere in simili circostanze. Trattavasi di ristorare oltre centocinquanta persone, e si può immaginare quanti vitelli, montoni e capretti furono sacrificati sull’altare dell’amore, in omaggio ai due sposi.

Gli scherzi, le risa, il chiacchierio si protrassero per oltre cinque ore. Verso l’imbrunire una buona parte degli invitati augurarono la buona notte alla famiglia e si accinsero a far ritorno ad Aggius, o ai propri stazzi. Mentre nel piazzale si preparavano le bisacce e s’insellavano i cavalli, i parenti più stretti e i più vecchi amici se ne stavano ancora a tavola, risoluti di ritornare ai loro casolari a notte inoltrata. Erano circostanze che non si ripetevano con frequenza, epperò ognuno voleva divertirsi approfittando della generosità di Antonio Mamia, il padrone di casa.