I pastori della Gallura si erano recati alle chiesuole delle diverse cussorgie per assistere alla messa. Era un giorno di divertimento, si errava qui e là per santificare coll’ozio la solennità della festa. Il solo paese d’Aggius ha nel suo territorio tredici chiese rurali; e le feste popolari più frequentate dai pastori sono appunto quelle della Vergine Assunta e del Rosario.

Dal campo del Coghinas, tutto solo, veniva un giovinotto biondo, guidando a tiro un cavallino, sul quale erano due sacchi di grano. Era Michele, il figlio di Antonio Mamia — il fratello di Mariangiola.

Egli veniva dall’aia, ed era diretto ad Aggius incaricato di trasportare il frumento che doveva servire per la provvista di casa.

Poco importava a quel fanciullo del giorno solenne, per lui era sempre festa; libero come gli uccelli, egli non viveva che d’aria, di luce e di canti.

Veniva passo passo, canticchiando una canzone tempiese una di quelle canzoni che sono la vita di quel popolo entusiasta, che nasce colla poesia nel cuore e sulle labbra.

Il fanciullo era allegro, ma strano invero! la sua canzone era mesta.

La sua voce squillante ed argentina echeggiava per i campi silenziosi; e ad essa rispondevano in coro le capinere e i cardellini, che gorgheggiavano tra le frondi degli elci e dei lentischi.

Erano alcune strofe di Don Gavino Pes, il poeta più popolare della Gallura — il Metastasio sardo, come lo chiamò Valery.

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Lu campu no si ’esti