Il vecchio arrivò in paese l’indomani all’alba. Aveva la faccia del color della morte, e le mani in preda ad un tremito convulso; ma i suoi occhi non mandarono una lacrima. Tutto il suo dolore si era concentrato nel cuore, e la sua mente non si preoccupava che di un solo pensiero — quello della vendetta.

Colle braccia conserte sul petto, egli fissò più volte il suo figliuolo, che pareva dormisse; indi si mise a passeggiare da un capo all’altro della stanza, in preda ad una smania febbrile. Invano gli astanti cercavano di consolarlo: egli non ascoltava nessuno. Dava un rapido sguardo a quel volto color di cera e a quelle membra irrigidite dalla morte, e continuava a passeggiare in mezzo ai pianti ed alle grida dei parenti e delle comari che ingombravano la sua casa.

A un certo punto, una giovinetta diciottenne, ch’era stata taciturna in un angolo della stanza, uscì nelle seguenti lamentazioni con un linguaggio orientale, biblico. Era una specie di nenia (attititu) che molto spesso si pronuncia nei funerali, da persone anche della famiglia.[13]

«La tua vita era un raggio di sole, una melodia d’amore, un olezzo di gelsomino; — e per tanto sei sceso nel sepolcro, dove non v’ha conforto di luce, di suoni, o di profumi. E fu sventura!

«I compagni ti dicevano forte, le fanciulle bello, le madri buono; — e pertanto la morte ti ha colto all’impensata, non rispettando il tuo vigore, la tua bellezza, e la tua bontà. E fu perfidia!

«Eri verde ramoscello pieno di fronde e di vita; e crescevi rigoglioso, carezzato dai venti ma gli uomini t’han reciso dal vecchio ceppo, forse paurosi del tenero virgulto, destinato a diventar robusta quercia. E fu vigliaccheria!

«Com’eri bello, o Michele, quando scendevi dalle colline di Giunchiccia, cantando i versi della capinera! Le giovinette si nascondevano dietro alle siepi per vederti passare e si mormoravano all’orecchio la parola d’amore. Ed ora giaci in mezzo alla stanza; nè più dal labbro ti escono le canzoni della primavera!

«Eri bello! e te lo dissero le fanciulle d’Aggius, quando piene di grazia e di lusinghe ti danzavano intorno. I tuoi occhi, tanto affascinanti, erano azzurri come il nostro mare di Vignola e scintillavano come il granito delle nostre montagne; — avevi i capelli biondi come le spighe che ondeggiano sui campi di Coghinas — e le guancie rosate, come l’aurora che saluta gli aggesi dai colli di Calangiunus. Le donne di Vignola t’han chiamato bello — ed è perciò che gli uomini della Trinità t’hanno ucciso!

«Ed ora riposi, pallido fanciullo, sopra il gelido letto, dove non sei spirato, e dove la madre non ha potuto chiuderti gli occhi. Il sangue che ti scorreva nelle vene era ardente come l’acqua solforica che bolle ai piedi di Castel Doria; ed ora è aggrumato sulla tua ferita, freddo come l’acqua dell’Ampolla che sgorga sulle vette del Giugantino![14]

«Tu dormi — ma il tuo sonno è di morte. Nè raggio di sole, nè profumo d’aprile, nè bacio d’amore potranno ridestarti alle gioie del mondo.