Era un lutto generale; il terrore regnava sovrano in quelle contrade. Sul far del giorno, prima di recarsi in campagna, i figli abbracciavano i padri — le sorelle abbracciavano i fratelli, come se mai più si dovessero rivedere. Non erano sicuri di ritornare la sera in seno alla famiglia. E lungo la giornata erano ansie, spasimi, trepidazioni; preghiere a Dio ed ai santi. Un ritardo li spaventava; una fucilata li faceva trasalire.
Nè avevano torto di temere a tal segno. Si correva rischio di esser uccisi in campagna, in paese, e persino sulla soglia della propria casa. Zii, nipoti, cugini, congiunti di terzo e quarto grado, tutti cadevano da una parte e dall’altra, senza tregua.
Potrei ma non voglio più oltre far nomi; la penna si rifiuta ad enunciare il numero delle vittime cadute in quell’eccidio. Perchè il lettore possa farsi un’idea delle stragi che funestarono la campagna d’Aggius dal 1850 al 1856, mi basterà accennare, che il numero dei morti fra le due fazioni superò la cifra di settanta, e che nella statistica dei cinque anni furono registrate oltre quaranta vedove.[19]
I due capi fazione, senza mai stancarsi, continuarono ad eccitare i congiunti e gli amici alla vendetta e alla strage. Ed erano ben singolari quei capi! L’uno vecchio, freddo stratega, che dirigeva l’esercito dalla sua tenda; — l’altro giovane ardente, che era generale e soldato ad un tempo.
Pietro Vasa, fin dal primo attacco, aveva preso la campagna per sfuggire alle insidie dei nemici e dei carabinieri. Egli contava, sopra un braccio forte — sul braccio di suo cugino Bastiano il muto.
Costui, non solo aspettava che Pietro gli designasse la vittima da colpire ma non risparmiava il nemico se gli capitava fra i piedi. Il suo occhio come il suo fucile non fallivano mai! Quando stabiliva di disfarsi di qualcuno, i suoi occhi mandavano lampi, i suoi muscoli si contraevano e persino la sua lingua paralizzata sapeva trovare una parola; lu tumbu! — parola che nel suo linguaggio di fiera significava: lo uccido!
Il muto era strumento del Vasa — e questi sapeva valersene perchè possedeva il segreto d’insinuarsi nell’animo di quel disgraziato che somigliava più ad una belva che ad un uomo.
Eppure — strano invero! mentre tutta la Gallura designava il muto come il più inesorabile dei sicari, nessuno avrebbe saputo nominare le vittime da lui immolate. Vi ha chi afferma, che Bastiano non odiasse e non perseguitasse che i soli uccisori del fratello. Quanti omicidi imputati ai Vasa, ai Pileri e ai Mamia furono invece commessi dal muto! E quanti delitti, al muto imputati, furono forse consumati da assassini che seppero nascondersi nell’ombra e nel silenzio!
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Il vecchio Mamia era rimasto fin’allora incolume. Esperto generale, aveva saputo deludere gli agguati del nemico, e si guardava bene dall’esporre la sua vita. Dalla sua casetta d’Aggius, o dai suoi stazzi, sapeva dirigere i feroci scontri; che a lui dava il nome di giusta vendetta. Nessuno sapeva come e quando il Mamia uscisse di casa per visitare le sue campagne e i suoi stazzi; nè quando e come rientrasse nel suo covo.