Ad ogni modo, il 26 maggio 1856 fu per Aggius una giornata memoranda. Nel paese si fecero feste; e gli abitanti, tutti commossi, si abbracciarono l’un l’altro, come se si fossero riveduti, dopo sette anni di separazione.
PARTE TERZA GLI AMORI DEL BANDITO
I. Un raggio nelle tenebre
Fatte le paci, il muto riprese il fucile, che durante la cerimonia aveva deposto nella casa di un suo amico di Tempio, lasciò il campo di S. Sebastiano, e si diresse ad Aggius per la viottola tortuosa che allora vi conduceva.
Che importava a lui delle paci concluse fra le due fazioni? Egli continuava ad essere il perseguitato dall’umana giustizia, e la sua condizione non era mutata. Tutti i suoi conterranei erano ritornati alle proprie case per godere in seno alla famiglia un po’ di quiete e di pace — egli però non poteva ciò fare, poichè non aveva casa nè famiglia. Il suo covo erano i crepacci di granito e le spelonche dei monti d’Aggius e di Bortigiadas. Quale il suo vantaggio? — Invece di due, doveva guardarsi da un sol nemico, dal carabiniere!
Negli stazzi era una festa continua; i giovani e i vecchi, donne e fanciulli si erano riuniti insieme, tranquilli finalmente. Erano cessate le loro ambasce, i loro timori, le loro trepidazioni. Per il muto niente di nuovo; per lui le paci erano state una pantomima ridicola; aveva veduto un mondo di gente sul campo di S. Sebastiano; aveva veduto i due avversari schierati l’uno in faccia all’altro, facendo gesti strani; aveva veduto un sacerdote colle braccia levate al cielo e con le labbra contratte — ma non aveva udito nè le preghiere del ministro di Dio, nè la parola de’ suoi nemici. Per lui quella cerimonia era stata una formalità a cui si era piegato senza coscienza. Che sapeva egli di accordi? Sapeva solo che i parenti lo avevano circondato, trascinato a Tempio con un salvacondotto, e costretto a prestare un giuramento.
Il muto si era accompagnato col Vasa, suo cugino, ancor esso bandito, e venuto alle paci con un salvacondotto; ma era ben diversa la loro condizione! Il Vasa da qualche anno aveva tolto moglie, era padre e ben sovente penetrava inosservato nello stazzo della Trinità, per rivedere i suoi cari e per sedersi al desco, in mezzo alla famiglia.
Bastiano era solo; compagno e confidente del cugino, egli non aveva servito che come cieco strumento di vendetta. In fondo al cuore non nutriva odio di parte — odiava solo chi gli aveva ucciso il fratello; gli altri delitti li commetteva per cieca ferocia, per brutale istinto in lui nato per la fatalità degli eventi. Egli si batteva con coraggio; nè vi era alcuno che lo vincesse in temerità. Disprezzava la vita perchè abituato al silenzio, e perchè muta com’esso.
Errava dall’una all’altra cussorgia, stanco, annoiato della vita; girava intorno i suoi grandi occhi neri, quasi volesse avvertire con essi le pedate dei carabinieri; la sua sordità doveva renderlo più circospetto. Aveva visitato tutte le montagne — dal monte Pulchiana a monte Spina, dal monte Ruiu al monte Cucurenza; aveva guadato tutti i fiumi — dal rio Sirena a Conca di Chiara, da Turrali a Fiuminaltu; qualche volta si spingeva fino al litorale — tal’altra faceva notte sul monte Cùcaro, antico protettore dei banditi d’ogni specie.
Il monte Cùcaro ha una storia; esso è sinistramente celebre, essendo stato nel secolo scorso il quartiere generale dei fuorusciti perseguitati dalle armi regie. Vi si raccolsero persino trecento banditi, sotto diversi capi squadriglia, fra i quali, Don Gavino Delitala, i fratelli Pintus di Nulvi, i Cubeddu di Pozzomaggiore e i Fois di Chiaramonti. Su questo monte i banditi ebbero molti scontri coi soldati, riuscendo or vincitori, or vinti. Vincitori — come nel 1745, in cui misero in fuga le compagnie svizzere capitanate dal colonnello Sumaker, dopo aver ucciso 75 soldati; e nel 1746, in cui, dopo aver fugato i dragoni comandati dal conte Craveri e dal baronetto Busquetti, si vestirono con le cappe rosse dei soldati morti, per il capriccio di fare una burla alle loro donne e ai loro compagni. Vinti — come nel 1734 che furono presi o fugati dal Vicerè marchese di Rivarolo, e nel 1748 che vennero messi in fuga da Valentino di Tempio e dal Dettori di Pattada ai quali il Vicerè Valguarnera aveva affidato l’impresa del monte Cùcaro. E taccio dei fasti del celebre contrabbandiere e bandito Pietro Mamia, che prima protesse e poi abbandonò il Sanna ed il Cilocco, venuti dalla Corsica per ritentare la guerra angioina.