Lo abbiamo detto; Bastiano errava di stazzo in stazzo, smarrito, sconfortato, col tedio nell’anima, col cruccio nel cuore. La solitudine gli riusciva sempre più pesante. Quel giuramento pronunciato sul campo di S. Sebastiano lo aveva indisposto; non potendo più dar la caccia ai nemici si sentiva come disoccupato; quell’ozio onesto lo tediava. Abituato alla pugna e a preparare insidie, le giornate gli sembravano interminabili. Non aveva che una sola preoccupazione; guardarsi dal carabiniere: quella divisa lo irritava; quegli esseri creati per dargli la caccia lo rendevano feroce. Il muto cinghiale odiava quei cani, causa unica delle sue notti insonni, delle sue veglie tormentose.
E Bastiano tentava distrarsi recandosi da un punto all’altro della Gallura — ora cacciandosi nei crepacci del monte della Crocetta o del Fraìle, ed ora scorrendo le vallate della Sirena, di Chiligheddu o della Fumosa.
Fra gli altri il muto frequentava lo stazzo dell’Avru, nei dintorni di Bortigiadas, appartenente al pastore Anton Stefano. Colà lo aveva presentato la prima volta suo cugino Pietro Vasa, il quale soleva andarvi assai spesso.
Da principio Bastiano si era recato con indifferenza a quello stazzo solitario, dove passava un po’ di tempo assistendo alla preparazione dei formaggi o ad altre domestiche faccende; più tardi, però, il muto aveva reso più frequenti le visite alla casetta del pastore; e dalla sua fisonomia era sparita quella tinta fosca che rivelava una natura irrequieta, ringhiosa e annoiata.
Qual’era la causa di quell’improvviso cambiamento? La causa c’era — ed una bella causa di sedici anni!
Anton Stefano aveva tre figlie; giovani, graziose, avvenenti, ma fra tutte primeggiava per bellezze di forme e gentilezza di modi la Gavina — una snella fanciulla dai quindici ai sedici anni; dai capelli nerissimi, dalla taglia svelta ed elegante, e dalle braccia paffutelle, che indossava il pittoresco costume di Bortigiadas, quasi uguale a quello di Aggius.
La famiglia d’Anton Stefano faceva buon viso al muto, per due ragioni; la prima, perchè era stato presentato da Pietro Vasa, loro amico; la seconda, perchè il muto aveva una rara abilità, tutta naturale, nell’arte del disegno. Egli si era reso celebre in Gallura per le incisioni che sapeva fare sulle zucche da vino, sulle ventriere, o sui calci dei fucili; di più lavorava da sarto, da calzolaio, da falegname, e in tutto riusciva assai bene. La natura non è mai intieramente partigiana colle sue creature; essa equilibra le facoltà fisiche e morali — toglie un senso per perfezionare un altro. Bastiano era un’artista! — Questo lampo d’arte fra le tenebre della sua intelligenza lo rendeva bene accetto e simpatico a tutti — e in modo speciale alla famiglia di Anton Stefano, il pastore di Bortigiadas.
Sovra tutti però, gli si mostrava tenera la Gavina, la minore delle tre fanciulle dell’Avru; ma non erano le zucche rabescate, nè le cinture a fantastici ricami che rendevano quella fanciulla premurosa e cortese con lui: — Gavina aveva una particolare affezione per il muto, perchè sapeva che era un infelice proscritto; sapeva che la natura gli era stata avversa negandogli la parola e l’udito, e che gli uomini lo avevano maltrattato, perseguitandolo di balza in balza come un cinghiale. La donna ha assai spesso di queste bizzarre predilezioni. Ben sovente essa si affeziona a colui che sa abbandonato, o deriso dagli uomini; sapendosi onnipossente nella sua fragilità, ama intraprendere un’opera di redenzione; conscia del fascino che esercita il suo sesso, non ignara che la sua debolezza può abbattere una forza — ed è allora che essa impegna col leone una lotta, dalla quale sa di uscire vincitrice: la lotta dell’amore!
Bastiano aveva veduto altra volta la bella figlia di Anton Stefano: l’aveva conosciuta, bambina di dieci anni, nello stazzo di Giunchiccia, quando era andato colà per assistere all’abbraccio di Pietro Vasa con Mariangiola Mamia. L’aveva riveduta co’ suoi genitori nel settembre dell’anno seguente, il giorno della festa del Rosario; e ricordava di aversela seduta sulle ginocchia, di averle accarezzato i capelli, e di aver deposto più d’un bacio sulle sue guancie. Allora però era proscritto; le sue mani erano lorde di sangue umano, e non pensava ad altro che a guardarsi dai continui agguati che gli tendevano nemici e carabinieri. Egli ricordava l’affettuosa bambina — ma la bambina non si ricordava più di lui.
Gentile ed affettuosa per indole, compassionevole per natura, Gavina usava molte attenzioni a Bastiano. Quando entrava nello stazzo lo invitava a sedere; gli mostrava il cucito che aveva fra le mani, e si faceva disegnare qualche fiorellino ch’ella tentava ricoprire coll’ago alla meglio, sulla mussola.