— Fra i miei ricordi, questo della luna mi riuscì sempre penoso. Fu l’unica volta che il riso del muto mi fece piangere!
E diceva il vero; poichè dal giorno in cui seppe che al capezzale di Bastiano non vi era alcun ramo benedetto, Gavina si mostrò molto più inquieta. Essa aspettava con più ansietà il muto, e quando tardava più di due giorni a presentarsi nello stazzo, fantasticava mille pericoli, mille disgrazie. Dacchè aveva preso a volergli bene, un pensiero fisso, incessante, la tormentava; temeva sempre ch’egli cadesse vittima di un agguato.
Le sue notti erano angosciose. Sognava sempre di vedere il muto cinto di funi, in mezzo ai carabinieri che lo trascinavano in un carcere orribile. Più spesso lo sognava ferito, steso a terra, pallido in volto, e col petto insanguinato; egli implorava da lei un soccorso che ella non poteva dargli. Una notte sognò un patibolo attorniato da una folla irrequieta e curiosa; e vide Bastiano con una corda al collo, salirne le scale. Lui la fissava con uno sguardo lungo, supplichevole; ed ella si svegliò di soprassalto, mandando un grido che fece balzar dal letto le sorelle.
Eppure il muto non pensava più a commettere alcun delitto! Egli era completamente trasformato.
Bastiano Tansu voleva rinnegare il passato; era troppo fiero del nuovo battesimo ricevuto dalla più bella delle figlie dell’Avru.
Una sera Gavina conversava a suo modo col muto, a poca distanza dallo stazzo. Erano soli; e la fanciulla mostravasi impacciata più del solito. Pareva che volesse dire qualche cosa al suo compagno — ma non l’osava. Finalmente dopo essersi assicurata che nessuno li osservava, trasse di tasca una piccola medaglia di rame, legata ad un cordoncino di seta nera, e la porse al muto, il quale la guardava negli occhi, non comprendendo la ragione di quel dono. Nella medaglia era incisa da un lato l’effige della Madonna, dall’altro un Gesù Nazzareno.
La fanciulla, tutta tremante e colle guancie soffuse di rossore, fece capire a Bastiano che il suo dono era un talismano che aveva virtù miracolose; gli raccomandò di tenerlo sempre sul petto, perchè lo avrebbe preservato dalle palle e dalle insidie de’ suoi nemici.
Gavina nel dir ciò, aveva recato le mani alle guancie, perchè sentiva che scottavano; e Bastiano la guardava con le lagrime agli occhi — lagrime di riconoscenza per la pietosa protettrice, che aveva deposto l’abituale timidezza, dinanzi al pericolo che correva il suo infelice protetto.
Il muto prese la medaglia, la baciò tre volte con religioso trasporto, e se la pose al collo, sotto la camicia. Quella pietà gentile lo aveva commosso; egli era ormai sicuro che un angiolo avrebbe vegliato per lui. Nessuno fin’allora si era preoccupato de’ suoi pericoli — ed aveva la salda convinzione che non doveva più morire. La fede di Gavina si era trasfusa nella sua anima; Bastiano credette d’essere invulnerabile — e forse a questa fede dovette il maggior coraggio e la temerità che mostrò in seguito, in diverse occasioni. Mi basta citare il seguente fatto, che mi venne riferito da persona molto informata.
Mentre un giorno il muto, col fucile sotto il braccio e col cappuccio sugli occhi, saliva un monte, nel voltarsi vide quattro carabinieri sotto di lui, i quali attraversavano una gola per ritornare ad Aggius. A quella vista — narra il testimonio oculare — il muto si trasfigurò; si fece tigre. I suoi occhi mandarono lampi; e pareva volessero uscire dall’orbita. Invece di fuggire fece due passi verso i carabinieri, pose un ginocchio a terra, puntò il fucile, e gettato dinanzi a sè il berretto con tutta la forza del braccio, lo additò ai carabinieri come un limite; quasi volesse dire: — se avete coraggio oltrepassate quel segno! — La posizione era tale, che i carabinieri credettero prudenza ritirarsi dinanzi a quella fiera che, se avesse voluto, avrebbe potuto divorarli tutti. L’amore aveva fatto forza al muto: egli sentiva centuplicato l’istinto della conservazione — il bisogno della vita che aveva consacrata alla sua cara fanciulla.