La Gavina e Bastiano si erano seduti a un mezzo tiro di fucile dallo stazzo, e stavano quasi addossati ad una folta siepe di more e di biancospini, la quale li riparava dai raggi cocenti del sole.

La fanciulla mondava tranquillamente le ultime fave fresche, raccolte all’alba nell’orticello — fave già quasi appassite dentro i baccelli che cominciavano ad annerire. Erano destinate per la cena, e d’ordinario spettava alla Gavina quell’occupazione domestica.

Vicino a lei sedeva il muto, tutto intento a rabescare col coltellino una grossa zucca color d’oro, già preparata per servire da fiasco di vino. Era sua intenzione d’incidere su quella superficie levigata un rozzo pastore che carezzava una bianca agnelletta; ma bastava gettare uno sguardo su quella zucca per convincersi che il disegno era assai più rozzo del pastore che si voleva incidere. Quantunque il muto non fosse troppo esperto nel disegnare la figura, pure, chi conosceva la sua abilità, avrebbe di leggeri giudicato che quel giorno il muto disegnava macchinalmente — senza proprio sapere quel che si facesse. E infatti, bastava guardarlo per persuadersene; gli tremavano le mani, e grosse goccie di sudore gli imperlavano la fronte.

E anche alle mani di Gavina si era comunicato una specie di tremito nervoso. Si sarebbe detto che quella sera non sapesse mondare le fave. E se la madre e le sorelle fossero là capitate per esaminare l’opera sua, avrebbero veduto con meraviglia molti baccelli neri nel cestino delle fave bianche, e molte fave bianche nel mucchietto dei baccelli neri — segno evidente che la mente della ragazza era ben lontana dall’innocente legume che doveva servire per la cena!

Il caldo era soffocante, la terra infuocata mandava vampe sul volti di Bastiano e di Gavina, le cui fronti grondavano sudore. L’ombra del benefico rovaio non riusciva a mitigare gli ardori anticipati del giugno. E le cicale continuavano il loro canto stridulo, monotono, incessante, il quale rendeva più profonda la solitudine che regnava all’intorno.

La Gavina andava man mano rallentando la sua operazione — finchè la sospese affatto. Le sue dita raggiravano distrattamente un baccello, senza aprirlo.

E anche la mano di Bastiano pareva stanca; non sapeva più reggere il coltellino cui quale andava incidendo delle figure rozze, senza garbo nè simmetria.

La zucchetta color d’oro, quasi sapendo d’essere importuna o indiscreta, scivolò pian piano dalle ginocchia del muto, e cadde a terra, senza che la mano del distratto incisore si desse cura di andarla a raccogliere.

Qualche cosa di misterioso e di singolare accadeva per fermo nelle anime di quei due esseri, che sapevano d’esser soli sotto i raggi di un sole cocente, che bruciava loro il sangue ed il cervello. Essi provavano una strana agitazione nello spirito, mentre il loro corpo era assalito da una vaga sonnolenza; da un languore insolito, spossante. Era un desiderio indefinito; una leggera febbre dei sensi che sfumava in un sentimento tutto arcadico; o meglio, un sentimento ineffabile che andava morendo in una febbriciattola dei sensi.

Ed i raggi del sole diventavano sempre più infuocati, mentre quelle cicale importune, col canto noioso, non facevano che accrescere quel languore, quella sonnolenza, quella febbre.