Rimasero in quell’attitudine un po’ di tempo; al vederli pareva che l’uno non si curasse dell’altra — mentre invece si vedevano entrambi senza guardarsi. Era un gruppo grazioso: la tenera edera che desiderava avviticchiarsi alla robusta quercia.

Vi fu un punto in cui i loro occhi si cercarono, senza volerlo; quelli di Gavina si riabbassarono subito — quelli del muto si fissarono audacemente sulle guance della bella fanciulla, che avevano arrossito: — parevano inchiodati sull’ingenua giovinetta, che aveva conosciuta bambina. Quel seno di vergine, chiuso e compresso sotto il vermiglio corsetto, gli dava la vertigine: — era un’insidia pudica — un pudore insidioso. Ed ella su quel seno chinava vergognosa gli occhi, mentre una voce carezzevole le andava rivelando la suprema delle sue missioni. La natura maliarda, tradisce assai spesso i suoi misteri, coll’intento di prevalersene: finge una ripulsa per provocare un assalto.

Bastiano lasciò sfuggire dalle labbra un gemito — a cui rispose Gavina con un lungo sospiro.

Strano caso! — La fanciulla aveva udito la parola del muto: il muto aveva presentito il sospiro della fanciulla. A lei era parso che un’onda di suoni uscisse dalle labbra di Bastiano: e a lui pareva di udire una musica celeste sulle labbra di Gavina.

Oh! l’amore ha pur esso i suoi linguaggi arcani che possono rivelarsi senza bisogno degli organi della parola e dell’udito. La natura ha una voce eloquente che è intesa anche dai sordi, essa dà al muto una parola — dà all’amante un suono che penetra nell’anima senza passare per l’orecchio!

Gavina e Bastiano stettero alcun tempo immobili, pallidi, pensierosi. La mano del muto, quasi macchinalmente andò a cercare le mani della timida giovinetta, alle quali tolse quel baccello innocente che veniva tormentato senza colpa. Gavina si lasciò prendere il baccello senza opporre resistenza — credeva sognare. Senza sapere che si facesse, ella raccolse da terra la zucchetta color d’oro, e si mise a guardare le figure che Bastiano vi aveva inciso. Solo allora parve destarsi il muto; e con l’amor proprio dell’artista che non vuol mostrare il primo abbozzo del suo disegno, strappò dolcemente la zucchetta dalle mani della fanciulla, e mandò un gemito lungo....

Il caldo era soffocante — la stanchezza diventava più penosa. Il muto afferrò vivamente la mano di Gavina e la strinse fra le sue con una stretta che sapeva troppo d’umano.

Il pudore della fanciulla reagì con tutta la sua forza. Solo allora ella parve destarsi dalla fatale sonnolenza che l’aveva circondata di carezze arcane e di tentazioni indefinite. Balzò in piedi di soprassalto, passò una mano sugli occhi, e si diede a correre verso lo stazzo, percorrendo la tortuosa linea d’ombra che accompagnava tutta la siepe spinosa.

Il muto si alzò pur esso, come scosso da una molla, e corse dietro alla fanciulla. La sua fisonomia era alterata, e i suoi lineamenti stravolti. Sentiva un fremito per tutta la persona, e come una strana debolezza alle ginocchia. Col petto ansante, col respiro affannoso, cogli occhi spalancati teneva dietro alla cara visione che gli sfuggiva. Dalle sue labbra uscivano gemiti lamentosi, suoni inarticolati, quasi guaiti di fiera.

Gavina affrettava sempre il passo cogli occhi chiusi, senza mai voltarsi. Il muto la seguiva a cinque passi di distanza. Il rumore del suo passo cadenzato faceva battere con violenza il cuore di Gavina, a cui pareva immensa la distanza che la separava dallo stazzo.