Giunta allo svolto della siepe, sentì ad un tratto afferrarsi per i capelli; volle continuare la corsa, ma sentì uno strappo al fazzoletto. Le parve che una mano invisibile la trattenesse per forza. Per liberarsi da quella stretta, recò allora la mano alla testa, ma subito la ritrasse mandando un grido: aveva sentito un’acuta puntura all’avambraccio.

Un lungo ramo spinoso, che usciva dalla siepe, e ch’ella non aveva visto s’era impigliato ne’ suoi capelli e nel fazzoletto, e l’aveva ferita al braccio.

Gavina si fermò, guardò la parte ferita, e si passò più volte la mano con un’espressione di dolore.

Il muto non aveva udito il grido della giovinetta, ma aveva indovinato la cagione del suo dolore; e mentre Gavina si pizzicava a più riprese l’avambraccio per calmare la puntura, il muto era riuscito a sbottonarle il polsino della camicia, e a rimboccargliene la manica, ponendo a nudo il braccio della fanciulla fin sotto all’ascella.

Sull’avambraccio spicciò una stilla di sangue, grossa come un granello di sabbia. Il muto fissò a lungo quella macchietta rossa sopra quel braccio bianco come il latte, ben tornito, morbido, provocante. Dopo averla guardata anche lei, Gavina volse la testa e sorrise al sordo-muto, abbandonando il suo braccio alle cure di quel medico affettuoso, quasi in compenso del rigore con cui lo aveva poc’anzi trattato.

Il muto però era cieco: afferrò con ambe le mani il braccio nudo della fanciulla, ed appressandovi le sue labbra infuocate, succhiò a lungo quella ferita con una voracità spaventosa.

Il rimedio era peggiore del male.

— Basta, basta! — gridava la fanciulla tentando svincolare il braccio da quelle dita d’acciaio, e già pentita della sua condiscendenza.

Ma Bastiano non sentiva; e continuava a suggere da quella ferita la stilla di sangue — e col sangue un lento veleno che gli struggeva l’anima.

— Basta Bastiano! mi fai male!! — continuò a gridare Gavina, la quale si era proprio dimenticata che Bastiano era sordo!