Le labbra del muto lasciarono per un istante il braccio di Gavina ma solamente per mandar fuori l’aria aspirata, onde poter ritornare all’opera.

Il punto dove Bastiano aveva posto le labbra era diventato bianco. Gavina, un po’ indignata, pose una mano sul petto del muto, per respingerlo; ma il giovine colle due mani compresse sulla carne, fissava con occhio cupido quel braccio candido, morbido il cui contatto lo faceva fremere, dandogli la vertigine. Riaccostò con più ferocia la bocca al braccio della fanciulla, e glielo morsicò leggermente due volte, con un’avidità e con un tal impeto che spaventarono Gavina, la quale trovò la forza di svincolarsi dall’amplesso di quella piovra, di riabbassare la manica della camicia, e di prendere la corsa verso lo stazzo uscendo dall’ombra malefica che proiettava la lunga siepe di biancospino. Corse, ansante, trafelata, senza pur accorgersi che il muto non la seguiva più.

Cieca d’ira, di passione, di vergogna, Gavina arrivò allo stazzo per la porticina dell’orto; entrò non vista nella sua cameretta, e sedette sulla sponda del suo lettino; e dopo aver dato uno sguardo all’intorno, per accertarsi che nessuno la spiava, tirò su di nuovo la manica della camicia e guardò la ferita.

Sull’avambraccio era una macchia livida, rotonda, larga come uno scudo; e in giro a quella macchia si vedevano le impronte lasciate dai denti del muto. Gavina tenne gli occhi fissi su quei solchi bianchi, poi diventò rossa rossa, e si mise a piangere — indignata contro sè stessa per aver permesso una simile audacia.

Era molto indignata, ma si guardò bene dal raccontare alla mamma ed alle sorelle il disgustoso fatto che le era accaduto!

L’ombra del biancospino l’aveva tradita!

*

Il muto non aveva seguito la fanciulla. Era rimasto immobile sotto il ramo di biancospino, seguendo cogli occhi la ragazza finchè la vide sparire alla svolta della siepe. Allora tornò indietro, passo passo; giunse al sito dond’era partito, si lasciò cadere di peso sul macigno che gli ricordava la sua imprudenza, e stette alcuni istanti col volto fra le mani; indi, per sfogare il dispetto che lo rodeva, riprese la zucca d’oro e con moto febbrile si pose a incidere certe foglie sguaiate che facevano orrore. Finalmente, indignato, gettò a terra la sua opera, e la ruppe coi piedi.

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La più giovine delle figlie di Anton Stefano, il pastore, quella notte tardò a prender sonno. Una delle sorelle, che dormiva a lei vicino, e che la sentiva voltarsi, le disse: