— Che hai stanotte, Gavina? Non hai digerito la cena?

— Ho... che non mi sento bene.

— È forse il muto che ti dà a pensare? Scommetto che, con gli scherzi, finirai per amarlo davvero!

— E se ciò fosse, che ve ne importa — rispose Gavina un po’ piccata per la baia che le davano continuamente per quel benedetto muto che loro per le prime avevano lusingato.

— Confessa almeno che gli vuoi bene!

— Ebbene, sì: gli voglio bene; lo amo perchè gli altri l’odiano. Quel disgraziato ha bisogno d’essere amato da qualcuno. Amatelo voi — e allora cesserò d’amarlo io: ve lo prometto!

Così diceva Gavina alla sorella; ma in cuor suo pensava:

— Peccato che sia muto! Questi disgraziati vogliono bene in un modo singolare; non potendo sfogare con la lingua, si sfogano coi denti!

La figlia di Anton Stefano dormì quella notte colle labbra compresse sull’avambraccio — dov’era stata punta dal biancospino, e dove ancora si vedevano i segni lasciati dal muto. Capriccio da bambina!

Appena l’alba penetrò dalle fessure delle imposte, Gavina gettò un’occhiata al suo braccio.