La ferita non c’era più, ma non poteva rallegrarsene: era passata nel suo cuore.

V. I regali del muto

Neppure il muto aveva chiuso occhio in tutta la notte. Dalle sue labbra uscivano sospiri, gemiti, rantoli. Era inquieto, smanioso.

Si era aggirato per selve e burroni; aveva camminato tanto, finchè si era trovato alle falde del monte della Crocetta, proprio sul far dell’alba. Salì allora sul monte; pel sentiero a lui ben noto, si trascinò a fatica fin sotto la Conca della Madonna, e sedette spossato sul Gran tamburo.

Era stanchissimo, e dormì alquanto. Sogni strani lo svegliarono più volte di soprassalto. Un’insolita gioia irradiava la sua anima.

Pensava sempre al braccio di Gavina. — Egli pareva di sentir sempre il profumo di quella carne bianca, vellutata, che gli era salito al cervello per inebriarlo.

Si volle illudere — e lasciò libero freno alla fantasia, che lo trasportò in plaghe sconosciute. Vide Gavina ebbra d’amore seduta al suo fianco; vide un sacerdote che li benediva; provò tutte le arcane gioie del suo primo giorno di nozze.

Aveva la febbre.

Sentiva una matta voglia di correre, di arrampicarsi su per i monti del suo paese; pensava a sua madre e a quei pochissimi che lo avevano amato; e, comparando il passato col presente, credette probabile quella felicità alla quale non aveva mai aspirato.

Le scene del giorno precedente tornarono alla sua memoria; riandò tutti gli atti di Gavina — il suo cieco abbandono, il suo pallore, il suo tremito, e persino la sua collera — e in tutto gli parve scorgere i segni manifesti di un amore nascente.