— Già! la Gavina ci guadagna sempre in questa ridicola commedia! — disse l’una.
— Pare che questo stupido imbecille prenda la cosa sul serio! — esclama l’altra.
— Fa già dei regali, l’amico!
— E non sarà certo l’ultimo!
— Tacete, maldicenti! — aveva esclamato la madre. — Bisogna sempre accettare ciò che Dio ci manda! Badate piuttosto, che egli non si accorga delle vostre celie!
— Se è sordo più del granito!
— La nostra Gavina è ben fortunata se sposa un sordo muto. Dev’essere una bella felicità per una moglie, vivere con un marito che non parla e non ode!
Il muto, poveretto, non poteva udire i discorsi che gli facevano sul muso; ed era ben lontano dall’immaginare di qual natura fossero. Quelle scaltre parlavano di lui chine sugli orecchini, come se tessessero le lodi del dono e del donatore.
Dopo esser stati esaminati per ogni verso, gli orecchini vennero restituiti al muto, il quale li prese, si accostò a Gavina, e con un’occhiata supplichevole che voleva significare tante cose, la pregò di accettarli per ricordo di un amico affettuoso.
La fanciulla — già indispettita e addolorata per gli sconvenienti discorsi fatti dalla madre e dalle sorelle — dimenticò il suo risentimento, e sorrise al muto, ringraziandolo con uno sguardo che partiva da due occhi pieni di lacrime. Ella non poteva tollerare che si deridesse o s’insultasse il suo povero muto, che non poteva difendersi. L’odio altrui, e l’altrui disprezzo, erano state le cause prime del suo affetto per Bastiano: lo aveva già dichiarato alle sorelle — e non aveva mentito!