Il muto si volse due volte per guardare il vecchio che si allontanava; indi si cacciò nel sentiero, come un disperato.

L’addio dato a Gavina, la vista del rivale, le minaccie del vecchio, gli avevano fatto salire il sangue al cervello.

Continuò la strada con la testa china camminando a balzi, con un tintinnio nelle orecchie, col fiele sulle labbra e coll’affanno nel cuore.

Giuseppe non era rientrato nello stazzo per la porta del piazzale, come aveva detto al suocero. Aveva fatte un lunghissimo giro, coll’intento di tagliar la strada al muto, verso la vallata.

Il cugino di Gavina era furente. Già da qualche mese egli si era contenuto, vinto dalle preghiere di Anton Stefano, ma ormai l’aspettare più a lungo gli pareva vigliaccheria. Aveva sopportato abbastanza per amor della cugina i capricci del sordo-muto: e sebbene fosse sicuro dell’affetto di lei pure non era tranquillo. Nella condotta di Gavina vedeva una timidezza tale, che lo inquietava, e lo rendeva suo malgrado geloso di quel disgraziato, che credeva capace di qualunque tiro.

Egli ben lo ricordava: la suocera un giorno si era lasciata sfuggire una frase molto significante; — se il muto non si stancherà di frequentare lo stazzo, si cercherà un mezzo per farlo stancare.

La vista di Gavina che fuggiva, e del muto che la seguiva a breve distanza, gli fecero perdere la ragione: era sulle furie, e voleva approfittare del momento propizio. Era sicuro che Bastiano gli tendeva un’insidia, e pensò di prevenire il colpo.

Sedette fra due macchie di lentischio, poste sopra un poggio, dove la viottola faceva gomito. Per di là doveva passare il sordo-muto ed egli lo aspettò. Era trafelato per la corsa fatta, ma vi era arrivato in tempo....

Dieci minuti dopo si udì una detonazione.

Bastiano Tansu — che aveva oltrepassata di cinquanta passi la meta — sentì all’orecchio il fischio d’una palla. Agile come un capriolo, fece due salti avanti e si voltò. — Si udì un altro sparo, e una seconda palla andò a colpire il calcio del suo fucile, e glielo ruppe.