Ma in quei giorni sinistri, quando, morti i Girondini, morto Danton, Robespierre in parte esautorato, in parte complice di inaudite barbarie, il potere era caduto di fatto nelle codarde e sanguinose mani dei Fouquier, dei Collot, dei Barère, dei Lebon, dei Carrier, in quegli orribili giorni in cui si ghigliottinavano senza processo, o si gettavano nelle ghiacciaie, o si tagliavano a pezzi, o si legavano nudi in cima agli alberi delle navi e vi si lasciavan morire, vecchi e fanciulle, malati e donne incinte, non rei d’altro che di essere parenti alla lontana di un conte o di un vescovo, o di avere espresso un dubbio sugli assignati, o di aver sentito parlare di un discorso di Burke, o di avere addosso una medaglia, quando le carrettate di vittime illustri e innocenti si succedevano senza interruzione per la tragica via della ghigliottina a Parigi; mentre i proconsoli del Comitato facevan di Lione un deserto, in quei lugubri giorni, era egli possibile che sfuggisse alla morte la druda di un re, di un Borbone, di un Luigi XV?

Disgraziata creatura! È già un miracolo se si fa precedere la tua morte da un simulacro di legalità. Fra i tuoi giudici, fra i testimoni, fra i giurati, non vedo che dei carnefici. Vi è l’infame Zamore, vi è Salenave e Topino e Vilatte e Saubat.... La requisitoria è declamata da Fouquier-Tinville. Ma se qualche cosa, o disgraziata, potrà rialzare il tuo nome, è senza dubbio l’abiettezza di questo tuo giudice. Le mani che si bagnano ora nel tuo sangue, sono inzuppate del più generoso sangue di Francia. Tu hai l’alto onore di essere uccisa dal carnefice dei Girondini, dall’insultatore di madama Roland, dall’assassino di Danton.

Durante il processo, la Du Barry fu calma e nobile. Condannata a morte, tentò prima di salvare una sua amica egualmente condannata, la duchessa di Mortemart. Ma poi, tutto ad un tratto, fu assalita da una paura di bambina, e come se allora per la prima volta avesse sentito parlar di morte e di ghigliottina, cominciò a urlar disperata.... Non voleva morire! Messa a forza sulla carretta fatale, essa implorava la folla insultatrice per via: «Mes amis.... sauvez-moi! je n’ai jamais fait de mal à personne.... La vie, la vie! qu’on me laisse la vie, et je donne tous mes biens à la nation....» E un sans-culotte le rispose: «Tes biens! mais tu ne donnes à la nation que ce qui lui appartient déjà....» Essa tacque un momento, e parve calmarsi. Ma salendo il palco, fu ripresa da nuove convulsioni di terrore. Urlava, supplicava, si dibatteva: «Encore une minute, monsieur le bourreau, encore une minute!» e sotto il ferro stesso della ghigliottina: «A moi, à moi!» come donna assassinata che chiede aiuto....

Corrotta dall’infanzia, vissuta poi sempre fra i velluti e i diamanti, senza aver mai sentito parlare di ciò che eleva e sostiene l’anima umana, senza la forza di una idea, di un principio, di un dovere, è naturale che l’apparecchio di una morte violenta eccitasse in lei quel parossismo di fisico terrore.

Da questo straziante spettacolo di paura e di convulsioni, il pensiero si rivolge e si ferma volentieri a contemplare la morte intrepidamente affrontata in quel tempo stesso da donne egualmente delicate, ma sostenute da una grande idea o da un grande affetto. Madama Roland, serena, bianco-vestita, coi bei capelli disciolti che scendono in doppia lista sull’eroico suo petto, conforta i suoi compagni di supplizio, e infonde loro il suo virile coraggio, e chiede una penna (che le è negata) per scrivere «gli strani e grandi pensieri che le suggerisce la morte.» Madama Roland credeva ed amava.

Ma chi potrà fare colpa alla povera Du Barry della sua paura in faccia alla ghigliottina, conoscendo il suo carattere e i suoi precedenti? Essa m’ispira in quel momento più pietà che disprezzo. Comunque sia, a me pare di non giudicarla con eccessiva indulgenza, chiamandola la più naturalmente buona e sincera tra le favorite dei re di Francia.

SOFIA ARNOULD

La madre era stata amica di Voltaire, di Diderot, del cardinal di Bernis. La figlia nata nel 1740 nella stessa casa dove due secoli innanzi era stato assassinato Coligny, fu allattata come Cloe da una capra; e a cinque anni ceduta alla principessa di Conti, che arrivata a una certa età, disoccupata, annoiata, prese la piccola Sofia come un balocco o come un cagnolino, e si divertiva a vestirla secondo le mode più capricciose, la teneva sulle ginocchia, la portava in carrozza con sè, le insegnava a suonar la spinetta, a ballare, a cantare.

A dodici anni, ebbe a maestro di musica il celebre Jéliote, e un giorno che essa cantò il Miserere di Lalande nella chiesa di Panthémont, eccitò un vero entusiasmo. La fama della sua voce arrivò fino all’orecchio della regina Maria Leckzinska, che volle veder la giovinetta virtuosa, la fece cantare, ne fu intenerita fino alle lacrime, le battè sulla gota col suo gran ventaglio di piume, e le fece dare un gelato....