Ma dietro al gelato della regina di nome, venne un biglietto della regina di fatto, madame De Pompadour, che invitava le Arnould, madre e figlia, a presentarsi a lei. Nuovi canti, nuovi complimenti, regalo di una collana e di un rosignolo (sweet to sweet!) e inscrizione di Sofia tra le cantanti di camera di Sua Maestà la Regina. Un anno dopo, era attachée, per ordine espresso del re, à la musique de Sa Majesté; e particolarmente al suo teatro dell’Opéra.

Aveva sedici anni: un corpo di fata, una voce di rosignolo. Gracile, ma ben fatta, il volto di un perfetto ovale; due grandi occhi neri chiedenti pietà o provocanti; magnifici capelli biondi; una bocca socchiusa abitualmente a un sorriso di voluttà, fresca come una rosa di maggio, dalla quale uscivano irresistibili le note languenti dell’amore, o le supplichevoli della preghiera, o le flebili del dolore. Il carattere e il prestigio della sua bellezza consisteva nella voluttuosa armonia, nella delicata sveltezza della persona. Nulla in lei di grossolano, di materiale; ma invece il vero carattere della bellezza moderna, la grazia, la spiritualità della fisonomia, l’incanto del sorriso, dello sguardo, che uniti alla magia della voce la rendevano irresistibile....

E tutti i contemporanei sono d’accordo nel lodarne la bellezza e la voce, tutti i contemporanei, e quel che più vale, tutte le contemporanee. Per molti anni, la sua grazia seppe disarmare l’invidia. Non ci fu che un giornale, una Cronaca Bizantina del 1760, che ardì notare che «elle a souvent la bouche pleine de salive, ce qui fait qu’en vous parlant, elle vous envoie la crême de son discours....»

Oh, i Bizantini!...

Esordì il 15 dicembre 1757. Attirata dalla sua fama, la folla assediava il teatro. «Je doute, scrive un contemporaneo, que l’on se donne autant de peine pour entrer en Paradis.» Garrick dichiarava che la sola attrice francese che gli parlasse agli occhi e al cuore, era una cantante, Sofia Arnould. Essa portò nella sua arte un elemento nuovo e che fu una vera rivoluzione; l’emozione sincera, l’azione drammatica naturale, il cuore nel canto. E quando modulava le divine note di Gluck

Je ne veux pas mourir encore,

una elettrica commozione percorreva tutto l’uditorio.... ed era un delirio di applausi.

La sua voce non era forte, ma dolcissima e simpatica. Era una voce che si prestava mirabilmente alle parti che rappresentava: Psiche, Lavinia, Ifigenia morente trascinata agli altari e implorante gli Dei.... Una voce palpitante, una voce-anima, e che i nemici del sentimento, i naturalisti di cento anni fa, tentarono di censurare con questa mordace definizione dell’abate Galiani: «C’est le plus bel asthme que j’ai entendu chanter.»