Sofia Arnould, superba della sua voce e regina del palco, aveva degli alteri dispregi per la povera orchestra, la quale nel suo antro pendeva dai cenni imperiosi e dai capricci della virtuosa.

«Che vuol dir ciò, signor mio? mi pare che vi sia una vera ribellione stasera nella vostra orchestra....»

«Ma come, madamigella?...»

«La vostra orchestra m’imbroglia e mi impedisce di cantare.»

«Tuttavia, madamigella, noi andiamo a tempo e in misura....»

«In misura? non so che roba sia.... Animo! via, tenete dietro a me, e sappiate che la vostra sinfonia è l’umilissima serva dell’attrice che canta e declama.»

E si rimise a cantare.

In questo dialogo che una sera ebbe luogo davvero fra Sofia e il direttore d’orchestra, non vi par di sentire una protesta profetica in favore del puro canto, contro le future rivoluzioni musicali? contro il predominio (e talvolta la tirannia) della strumentazione?

Trionfante, senza rivali per venti anni, ebbe ai suoi piedi adoratori di ogni ordine e di ogni qualità, dal duca al tenore, dall’ambasciatore al sottotenente. E i molti doni l’avrebbero arricchita, se la sua prodigalità non fosse stata eguale alla sua fortuna. Ho detto che l’avrebbero arricchita i regali, la paga no davvero; perchè questa Malibran del secolo XVIII guadagnò meno in dieci anni che la Patti in una settimana. Sofia Arnould era scritturata a lire tremila l’anno, e la più lauta gratificazione che ricevè dall’impresa dell’Opéra fu di un migliaio di lire. Oggi si dà più a una corista!