chiede l’obolo per la vedova di Castore, per Lavinia, per Didone, per Ifigenia che regnò venti anni sul teatro dell’arte. E la cantante famosa sul cui busto scrisse versi di lode Voltaire, colei di cui Gluck lasciò detto che «senza l’incanto della sua voce e della sua declamazione, Ifigenia non sarebbe mai entrata in Francia,» quella di cui Beaumarchais e il principe di Ligne ammiraron lo spirito, nel 1802 mancava dello stretto necessario per vivere, e languiva sola, abbandonata e malata fino al ventidue di ottobre, giorno nel quale le sopraggiunse la morte come una vera liberatrice.

JULIE-MARIANNE

Esperaba, desperada.

La depravazione nella voluttà, una sensualità crudele, la lussuria del male, il Terrore nell’amore, trionfavano in Francia negli alti e nei bassi gradi sociali. Nelle putride viscere del secolo XVIII bisognava infondere un sangue nuovo, rialzare la donna e la famiglia, per poter rialzare la nazione. Rousseau fece questo triplice miracolo con tre libri immortali: la Nuova Eloisa, l’Emilio, il Contratto.

La Nuova Eloisa fu al tempo stesso una rivelazione e una rivoluzione. Fu la risurrezione del cuore, atrofizzato dai piaceri egoisti. Una scintilla elettrica percorse tutta l’Europa. Fin le galanti duchesse dal cuore inaridito, e dalla imaginazione pervertita, le eroine dei più scettici e cinici salons, ne restaron commosse, mutate.... La Luxembourg fu vista piangere; la Du Deffand entusiasmarsi. Dalla gomorra delle infami alcove, dai faticosi piaceri dei petits-soupers, Rousseau richiamò la donna alla natura, alla libertà, all’affetto, al dolore. La trovò arida, vuota, divorata dall’egoismo e dalla noia, e la fece rinascere all’estasi dell’amore, e alle dolcezze della maternità. Egli primo rese i bambini al latte e ai baci delle madri e ricostituì così la famiglia. Al capriccio, la fede; alla femmina, successe la donna: e una madama Roland fu possibile nella terra delle Liaisons dangèreuses. Nè Manon, nè Marianne, nè Paméla, nè Clarisse avean trascinato il mondo così. La Julie eclissò ogni romanzo.

Madame de Blot, quando uscì l’ultimo volume, diceva al duca di Chartres in tono animato, e l’entusiasmo le accendeva il bellissimo volto: «Non vi è donna che non sia pronta a consacrar la sua vita a Rousseau.»

E tu dicevi lo stesso, e provavi anche più, cara donna che apristi il tuo cuore a quello del grande infelice; ma troppo tardi: e si vide una Julie pura, bella e passionata, tentare inutilmente di rievocare un Saint-Preux tra i terrori e i tumulti e le frenesie dell’anima devastata di Gian-Giacomo.

Era una bionda dai capelli di un oro luminoso e abbondante, dagli occhi cerulei, sereni e puri come una bell’alba di maggio, bianca di un voluttuoso candore. Il marito aveva tentato di depravarla; non era riuscito che a torturarla: poi l’aveva abbandonata a sè stessa, ed essa viveva una vita malinconica e ritirata, in compagnia di sua cugina, una bruna giovine e vivace, che aveva per lei una devozione di sorella minore: una vera Claire d’Orbe.

Julie — amo chiamarla così perchè sotto questo nome essa offrì il proprio cuore a Jean-Jacques — Julie non era più giovane. Era di quelle donne, meno rare che non si pensi, le quali, piuttosto calme e fredde nella prima gioventù, passati i trent’anni provano il bisogno d’essere amate; e il desiderio si fa più intenso e doloroso quanto è meno appagato. Momento unico e commovente nella vita della donna! Se bella, la sua bellezza prende allora un carattere di bontà, di tenerezza autunnale; è la bellezza del cuore, del cuore profondo, dei sensi intelligenti, dell’anima passionata: bellezza spirituale che illumina e armonizza le forme. È il frutto appena maturo punto dall’insetto alato d’agosto e divenuto più dolce: è la donna ferita dal desiderio intenso di amore.