Negli esametri e nei pentametri latini, che alcuni poeti nostri del secolo decimosesto avevano rimesso mediocremente in onore, Giosuè Carducci è riuscito a imprimere una armonia varia, snella, disinvolta e potente che dà loro un diritto di durevole cittadinanza fra i versi moderni. Su questo, il volume delle Terze Odi Barbare dee levare gli ultimi dubbi. Non è una esumazione ma una vera palingenesi. Nei distici di Mors difterica poteva credersi che il Carducci avesse fatto l'ultima prova della tecnica sua; invece nell'ode: Roma parmi che egli sia pervenuto ad una più compiuta eccellenza:

Monti d'Alba, cantate sorridenti l'epitalamio;

Tuscolo verde, canta; canta, irrigua Tivoli;

Mentr'io da 'l Gianicolo ammiro l'imagin de l'Urbe,

Nave immensa lanciata ver' l'impero del mondo.

O nave che attingi con la poppa l'alto infinito,

Varca a' misterïosi lidi l'anima mia.

Ne' crepuscoli a sera di gemmeo candore fulgenti

Tranquillamente lunghi su la Flaminia via,