L'ora suprema calando con tacita ala mi sfiori
La fronte, e ignoto io passi ne la serena pace;
Passi a i concilii de l'ombre, rivegga li spiriti magni
Dei padri conversanti lungh'esso il fiume sacro.
Eccettuati questi distici e il quarto verso nella strofa alcaica, — il quale non è poi altro che un decassillabo nostro accentato in modo da ricordare il corrispondente verso antico, — tutte le odi del volume continuano a porgermi de' bei versi italici con misura e con accenti come li vuole il nostro orecchio moderno. La strofa della settima ode, per esempio, che a primo aspetto si presenta quale una completa novità, ha il primo e il terzo verso formato di un settennario a volta piano e a volta tronco, unito ad un novenario piano. (Triste mese di maggio — Che intorno al bel corpo d'Imelda. Bello di maggio il dì — Ch'io vidi su 'l ponte di Reno....) Il secondo e il quarto verso è formato di un decasillabo sdrucciolo. Se alcune volte il poeta si discosta, come fa verso la fine dell'ode, da questa regola, (Sotto vidimi il papa — Venir con l'imperatore) ecco che la strofa manda subito all'orecchio un hiatus o vuoi un'intervallo muto nell'armonia, della cui bontà io oso dubitare.
Fin qui solamente arriva la grande ignoranza mia; tanto che coloro i quali, a proposito delle Terze Odi Barbare, seguitano ad agitare vecchi quesiti di metrica e di tonica, mi hanno un po' l'aria di brava gente che vada in cerca del quinto piede del montone!
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E proseguendo le note in margine, dirò che le odi: Roma, Su Monte Mario, Davanti al Castel Vecchio di Verona e Da Desenzano stampate di seguito, formano un gruppo dintorno a un punto ideale che le domina. È il concetto della evanescenza della vita umana comparata agli spettacoli lieti della natura e ai grandi monumenti della storia. Il poeta da principio tocca un momento questo concetto come uno dei soliti richiami alla festività conviviale, secondo la tenue filosofia d'Orazio:
Mescete in vetta al luminoso colle,
Mescete, amici, il biondo vino, e il sole