Era tanto che giacevo!
È tornato il medio evo!
L'inno al beato Giovanni della Pace significa, in sostanza, il primo ingresso di Giosuè Carducci nell'umorismo moderno. Una volta entrato, il poeta procederà con passo risoluto in questa come in tutte le altre forme della sua arte.
A crearsi uno stile d'umorismo vero e personale io penso che il Carducci tu anche tratto e quasi obbligato dalla sua indole forte e un po' rubesta e dalla vita frequentemente battagliera. Come si fa a tuonare e fulminare continuamente?.... Giova ancora che ogni tanto la ironia faccia passare nell'aria il lampo della sua spada tagliente: giova ancora che ogni tanto una forte e schietta risata temperi e fonda insieme i sentimenti di commiserazione e di sdegno che gonfiano il petto e investono l'anima di Enotrio combattente.
Così nacque e si formò e si svolse nei suoi vari elementi l'umorismo lirico di Giosuè Carducci.
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Arte anche questa nel suo fondo e nella sua forma schiettamente italiana, e fatta per debellare definitivamente il preconcetto che l'umorismo debba sempre essere di origine e di fisonomia straniero: vecchia scempiaggine messa in giro da gente nostra immemore di Dante, di Cecco Angiolieri, di Nicolò Machiavelli, di Lodovico Ariosto, di Alessandro Manzoni!
Avvenne, del resto, quello che doveva avvenire. Il Carducci dopo avere rotto il circolo ristretto entro il quale (forse provvidamente) si erano contenute per parecchi anni le sue facoltà giovanili, doveva spalancare tutto il suo animo a tutte le grandi correnti moderne della ispirazione e della coltura. E come il poeta lirico di Neera e di Febo Apolline, potè giungere ad essere il poeta di «Carnevale», «Sui campi di Marengo» «Notte di maggio» e «Alle fonti del Clitumno», nello stesso modo lo stile bernescamente umoristico dei caudati sonetti pisani a «Bambolone» e a «Messerino» potè evolversi, ascendere ed affermarsi poderoso nelle grandi ironie della «Consulta Araldica», dell'«Intermezzo» e della «Sacra di Enrico quinto».
Lo svolgersi della vita del poeta e il suo partecipare e mescolarsi con l'azione alle vicende, in vero più tristi che liete, della vita italiana dopo il 1866, dovevano di necessità eccitare e infervorare questi spiriti nuovi entrati così impetuosamente nella sua lirica nuova. Il poeta sentiva il bisogno di nuove armi; e queste quasi gli balzavano in mano senza ch'egli si desse la briga di cercarle. La satira archilochèa prorompeva nei giambi dalle punte arroventate, e negli epodi sfolgoravano le indignazioni sante e feroci: sante anche quando non movessero sempre da un misurato giudizio, perchè santa era la pietà della patria e il sogno eroico della sua grandezza che affaticavano il cuore dolorante del poeta. I diritti della giustizia storica erano e rimanevano naturalmente inviolabili. Ma è certo, del pari, che quando l'artista liberava dalla sua mano nervosa la strofa finale del suo canto «Le nozze del mare» o ci lanciava in faccia dei sonetti come «Heu pudor!» noi, allora giovani sentivamo che qualche cosa di più gagliardamente vitale passava, a un tratto, nell'atmosfera d'Italia; e prima o dopo tutti dovettero sentirlo.
I critici letterari di professione naturalmente non potevano mancare al loro ufficio; e più d'uno crollò il capo e mormorò: Victor Hugo!... Certo, anche Victor Hugo dovette contribuire a slargare l'orizzonte ideale e a eccitare la fantasia del nostro poeta.