Il Goethe intanto ha fornito ai maestri passati e futuri delle «didascaliche» preziose:

«Mignon cominciava ogni strofa pomposamente, solennemente, come per preparare l'attenzione a qualcosa di straordinario. Al terzo verso il canto diveniva più sordo e più grave. Quelle parole: La conosci tu? erano espresse con riserva, con mistero.

«Il «là, là» era pieno di desiderio irresistibile. Ogni volta ella sapeva mutare così il tono delle ultime parole: «Vorrei andarci con te!» che esse erano via via supplichevoli, insistenti, piene di trasporto e di ricche promesse.»

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I pittori hanno tentato più volte di rendere in fattezze visibili questa strana figura, che il poeta ci mostra sempre in una penombra vaga. Il quadro di Ary-Scheffer, se non è il migliore, è certo il più celebre e il più noto per la bella incisione. Ma della Mignon, come della Margherita del pittore francese, giudicava, parmi, colla sua solita arguzia profonda Enrico Heine: C'est bien la figure de Wolfang Goethe; mais elle a lu tout Frédéric Schiller; elle est beaucoup plus sentimentale que naïve, elle a plus d'idéalité pesante que de grâce facile.

La grazia facile, ecco la suprema difficoltà di questi concepimenti artistici. Un punto, un segno, un nonnulla in più o in meno, sconvolge il loro leggerissimo organismo; e il capolavoro discende dalla sua guglia altissima nel piano nobile dei lavori ben fatti. Lo provò anche il Walter Scott, che volle ripresentare in pubblico questo tipo goethiano, alquanto ritoccato dalle sue mani, e lo guastò, e meritò che il Goethe si burlasse un poco di lui nelle sue conversazioni coll'Eckermann.

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Chi ha insegnato a Mignon la sua canzone? Chi ha insegnato il suo gorgheggio al passero del bosco? In fondo all'anima la fanciulla ha serbato un ricordo della sua terra natale; meglio che un ricordo è un senso tenue, confuso, evanescente nei primi crepuscoli della memoria. Eppure, di là da quel fondo oscuro, di tanto in tanto le sale al cervello come un vapore caldo e profumato, mentre che il corpo gracile e flessuoso trema di freddo e i suoi occhi si fauno sempre più profondi e mesti, sotto il cielo straniero. In quel fantasma di caldo e di profumo essa sente la sua prima patria; e allora una tristezza nostalgica invade tutto quanto il suo essere e si sfoga nel canto. Le cose che essa ricorda nel canto esistono davvero, o sono il ricordo di un sogno che accarezzò il suo sonno infantile? Essa ignora.

A un tratto sopraggiunge l'amore, un amore strano come tutto l'essere suo, la sua origine, il suo nome; un amore che anche prima d'avere coscienza di sè diviene gelosia spasimante e terribile...

La fanciulla innocente pensa: che gioia vivere una notte accanto a Lui, giacere nel suo stesso letto, stringerselo tacitamente sul cuore, essere stretta da lui fino a perderne il respiro!... Detto fatto: essa decide che entrerà non vista nella stanza di Guglielmo prima di lui e l'aspetterà nel suo letto... Ma mentre sta per portare ad effetto il suo disegno essa vede un'altra donna entrare di traforo prima di lei in quella camera...