All’amico Borgognoni la mia satira non era spiaciuta in genere; ma al suo gusto fine non erano sfuggite tutte quelle zeppe e quelle imitazioni, e me le notò.


Intanto io, rimesso in salute, tornai a frequentare l’Università dove, fino dal primo giorno, m’avvidi che qualche cosa di insolito era accaduto in ordine alla mia persona. La mia satira, copiata già a dozzine d’esemplari e sparsa fra la scolaresca, era stata gustata moltissimo. Era un piccolo successo letterario o un successo di piccolo scandalo? C’era da credere molto più al secondo che al primo. A ogni modo, la mia satira faceva furore quasi come la prima ballerina al Comunale; ed io a un tratto mi trovai presso che celebre!

Ebbi dagli amici congratulazioni caldissime. Molti mi vollero conoscere; e passando per l’atrio in mezzo alla folla degli studenti che aspettavano l’ora della lezione o n’uscivano, io era additato e accompagnato da quel mormorìo di cui tanto inorgogliva a’ suoi tempi il poeta Marziale. Parlando di me si diceva: quello della satira!

Io ero contentone. Assaporavo quel po’ di gloriola con una grande soddisfazione interna, abilmente dissimulata sotto una maschera d’indifferenza. Non dimenticherò mai il fresco delizioso che mi sentii scorrere su e giù per la spina dorsale, un giorno in cui, trovandomi presso il caffè di San Pietro, notai un vecchio notaio da me conosciuto di fama, il quale era tutto intento a leggere con aria di mistero ad un suo amico un manoscritto.... Passandogli accanto sentii che leggeva a bassa voce i miei versi....

Però di lì a qualche tempo tutta quella mia soddisfazione cominciò a sbollire e a raffreddarsi fino a lasciar luogo a un senso di malcontento sempre più vivo. Sentivo già anch’io l’amari liquid di cui parla Lucrezio, in mezzo al profumo dei fiori della gloria!

E pensavo fra me: — che ragione ho io avuto per pigliar a bersaglio de’ miei dardi avvelenati (li credevo proprio dei dardi avvelenati) tre o quattro individui che, oltre ad essere miei superiori e maestri, avevano anche il merito d’essere tre persone da bene e rispettabilissime? — Sotto gli allori spuntavano le spine de’ rimorsi; le quali spine non dico che, come a Macbeth, mi facessero la notte da guanciale e mi uccidessero il sonno; ma mi molestavano, mi rendevano inquieto e poco contento di me.

Poi c’era un altro guaio: gli esami! — Con quel po’ po’ di rumore che la mia satira aveva sollevato (anche qualche giornale aveva fatto l’eco) non era credibile che i miei professori l’ignorassero; e nemmeno sul suo vero autore potevano aver dubbio!... Io già me li immaginavo crucciati, furibondi, anelanti vendetta; e dalla cattedra parecchie volte m’era parso di cogliere qualche sguardo diretto sopra di me, più fulmineo di quello con cui dal pulpito fra Cristoforo atterrì don Rodrigo, nel famoso sogno....

Vidi dunque con una certa trepidazione avvicinarsi il giorno degli esami. E la trepidazione si convertì in paura vera, al momento di entrare nella temuta sala dinanzi ai giudici temuti; tanto più che mi sentivo tutt’altro che invulnerabile sulle materie de’ miei quattro corsi.... Ma quale fu l’animo mio quando vidi uno dopo l’altro i miei professori rivolgermi la parola col più grazioso e incoraggiante dei loro sorrisi, e farmi interrogazioni discretissime e, alla più piccola mia titubanza, incoraggiarmi, sorreggermi, suggerirmi quasi le risposte?... Arrivai alla fine della seduta sorpreso, stordito e, in fondo, contentissimo; ma pieno di confusione pensando a quella maledetta mia satira che avrei voluto aver lì fra le mie mani per farla in mille pozzetti e gettarla sul tavolo, ostia di espiazione, sotto il naso dei miei professori. Uno di essi (un bravo prete, celebre per le sue distrazioni, per la sua smania di polemizzare clamorosamente con tutti, anche coi bidelli e coi tavoleggianti dei caffè), finito l’interrogatorio, spinse la bontà sua fino a stringermi la mano, volgendomi parole d’elogio a cui gli altri assentirono.... Parola d’onore io ero commosso! E fui sul punto di chiedere perdono, dinanzi al pubblico, a quelle tre ottime paste di professori.

Non arrivai fino a questo e ora me ne dispiace. Giurai però allora di non scrivere più satire personali; e ho mantenuto, credo, la mia promessa.