— Tutti benissimo!

— In questo caso io li dichiaro liberi dalla quarantena; e possono passare meco in città.

Nel ritorno, più d’uno dei liberati volle congratularsi con me e ringraziarmi calorosamente.... Io me la cavai con delle interiezioni prudenti.

Finalmente entrammo nella vecchia Alghero — così cara a Carlo Quinto e così volentieri saccheggiata dai suoi lanzi — io e l’amico Giovanni Opfer, sopra una carrozzella molto sgangherata, ma soddisfatti e allegri proprio come se fosse quella la meta lungamente desiderata di un caro nostro pellegrinaggio.... Mentre stavamo fermi sulla porta per la visita dei doganieri, ricordo una vecchia giallognola e grinza, che ci fissava con due occhietti che parevano spiritati. Poi disse forte, in puro castigliano:

Que feos (brutti) son, estos forasteros!

E fu con questo saluto che io feci il mio ingresso nella bella isola del Giudice Nino e di Leonora d’Arborea.

DAL TACCUINO D’UN ASTEMIO.

Tre antichi cipressi, piantati a distanza eguale come per formare un triangolo, alti e nerissimi contro l’aria della notte, incoronano la cima. E giù per l’ampia distesa vagamente ondulata della collina, si svolge e si adagia la bella vigna, tutta lussurreggiante di tralci e di polloni, ricca per i suoi grappoli maturi che qua e là si travedono nel fogliame.

Il vecchio contadino, che sta a guardia dell’uva, siede innanzi alla capannuccia di frasche secche, con l’innocuo fucile appoggiato a uno dei cipressi, fumando la pipa.

La vigna discende giù fino al torrente fiancheggiato da vecchi alberi di giunco; poi risale e veste co’ bei filari allineati tutto il pendìo dell’altra collinetta che mi sta di faccia, terminata in alto da una folta siepe di biancospino.