Ma anche quella giornata volse al suo termine; e bisognò pensare al ritorno.

Come sarei stato accolto al Lazzaretto? Che s’era detto della mia scomparsa? Che ne aveva pensato il mio buon amico olandese Giovanni Opfer?.... Immaginando tutto quello che probabilmente mi aspettava, sentivo dentro una ripugnanza al ritorno, una inquietudine mortale.... Eppure bisognava ritornare!... Ripresi dunque la via per accostarmi all’orribile casaccia scoperchiata; e quando me la vidi a breve distanza grandeggiare sull’umile linea della spiaggia, provai un sentimento di vero odio, come se vedessi un nemico.

Ma poichè avevo cominciato con le buone sorprese, una seconda doveva io trovarne al ritorno; e la più allegra di tutte.

Giovanni Opfer mi venne incontro con in testa un bellissimo fez rosso, che gli dava una fisonomia lieta e quasi trionfale:

— Buone nuove, mio caro! La nostra orribile prigionia è ormai finita!... Ma voi, che Dio vi benedica!... Dove siete stato?...

Gli raccontai la mia storia e gli domandai perdono d’averlo così egoisticamente abbandonato. Egli mi disse che aveva pensato di spiegare la mia scomparsa in modo da far credere che io — nella mia qualità di professore — mi ero recato dal sotto-prefetto di Alghero a sollecitare la nostra liberazione. E m’assicurava che la sua storia non aveva trovato increduli!...

Gli risposi che avrei voluto essere il suo concittadino Rembrandt e fargli subito il ritratto, da conservare e tramandare ai miei figliuoli, quando ne avessi avuti.

Allorchè giungemmo alla spiaggia, tutti i passeggeri della Sardegna erano all’aperto. Essi guardavano con lieta aspettazione verso il mare, a una barchetta che lentamente si accostava.

Dopo poco vidi mettere piede a terra un bel vecchietto, elegantemente vestito di nero, che seppi essere il medico primario di Alghero. Chiese che ci avvicinassimo. Quando ci ebbe visti bene allineati dinanzi a lui, mise l’occhialino e domandò sorridendo:

— Loro signori stanno tutti benissimo?...