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La mia stupenda visione, pur troppo, non durò un pezzo! Uno dei più giovani del gruppo mi stese gravemente la mano; e io vi deposi una lira d’argento.

Senza indugio mi offersero di cuocermi il furia furia, che è il cibo tradizionale sardo, tanto celebrato. Poichè erano nè più nè meno che dei buoni pastori positivi e moderni questi figliuoli dell’antica Ichnusa, che portavano la “mastruca„ sarda come un bel paludamento orientale e che un poco prima mi avevano fatto pensare a una composizione biblica di Gustavo Dorè....

Il giovane era andato al gregge, che pasceva poco distante dietro una macchia; e tornò subito con un capretto ucciso, che fu scuoiato e sventrato in mia presenza. Intanto un altro pastore tagliava dal cespuglio vicino, mondava dalle foglie e appuntava un lungo ramo di carubbo, a guisa di spiedo. Un terzo accese un fuoco di sarmenti secchi, che subito levarono una bellissima fiamma. Il capretto, legato bene con un giunco e ridotto a un globo di carne sanguinante, venne rapidamente infilato al ramo.

Allora il furia furia cominciò nella sua forma di rito. Quello dei pastori che teneva il ramo si mise a girare rapidamente dintorno alla fiamma, ora accostandovi, ora allontanandone un poco il capretto; e molto abilmente voltandolo e rivoltandolo, per modo che sentisse da ogni parte l’azione del fuoco. Un altro pastore girava anch’esso dietro al primo; e ogni tanto gettava sulla carne qualche grano di sale e mormorava continuamente non so se una preghiera o delle parole cabalistiche... La scena bizzarra aveva un poco l’aspetto di una cerimonia mistica.... Sul fuoco erano buttati sempre nuovi sarmenti e le fiamme ondeggiavano all’aria crepitando. Dintorno si spandeva un forte aroma di mentastro, misto all’odore buono della carne arrostita.

Fu una faccenda di pochissimi minuti; e sovra una tovaglia grossolana ma pulita mi venne imbandito il piatto sardo, che trovai, allora e dopo, veramente gustoso.

Dopo venne la volta del latte fresco e del formaggio, con pane durissimo e nero, che il vecchio mi andava cavando fuori da un gran sacco di pelle; e aveva persino la bontà di affettarmelo con un suo coltellino. Dopo tante dolorose vicende di terra e di mare, il mio stomaco tornava a vivere!... Ed io dimostrai ai miei ospiti un appetito degno d’un convitato d’Agamennone.

Il vecchio pastore mi guardava mangiare, incoraggiandomi col suo riso di patriarca, che rilevava i suoi due zigomi sopra la barba fluente.... E ogni tanto mi tendeva ancora la mano.

Oh, furono veramente delle ore belle, delle indimenticabili ore di gioia quelle che io passai nell’isoletta di Santa Maddalena, insieme ai pastori, il primo giorno dell’anno mille e ottocento sessantasei!... Quante volte, errando pei facili meandri di quel piccolo bosco odoroso, in quella fresca e serena giornata, come il più libero degli uomini — insieme a Melibeo, a Titiro, a Menalca, a Corridone e compagni — io alzavo la faccia a consultare il sole; e avrei voluto inchiodarlo nella sua vôlta zodiacale!

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