Oggi si scrive e si legge in fretta, e anche più in fretta i lettori dimenticano. Ma se avvenga a qualcuno di rileggermi, ricordando abbastanza per instituire confronti, vedrà che io ho messo una certa cura nel correggere e talvolta anche nel rifondere quasi per intero questi brevi componimenti.

I quali ho voluto intitolare I miei Racconti, non certo per una esagerata affermazione di proprietà e di originalità. La ragione di quel loro pronome possessivo è solo in questo: che mentre alcuni di essi sono delle vere paginette autobiografiche, gli altri, generalmente, furono o pensati o scritti sulle rive amene della Savena, mentre io accoglievo nell’animo le memorie della mia fanciullezza e della mia prima giovinezza, e particolari vivi e fantasmi vaghi di fatti, di persone, di luoghi.

Gennaio 1900.

E. P.

PRIMO RICORDO.

Adesso io voglio risalire con la mente al primo ricordo preciso della mia vita. Più in là, per quanto io guardi, non veggo che ondeggiarmi dinnanzi qualche ombra vaga, perdentesi nei primissimi crepuscoli della mia memoria.

Ecco: io veggo ancora la casetta ove la mia famiglia passava gran parte dell’anno quand’ero bambino; bassa, bianca, con le finestre verdi, non circondata d’alberi, posta fra la strada maestra e il fiume Savena, a cinque chilometri da Bologna.

Doveva da poco essere incominciato il giorno, perchè, guardando dalla finestra, io vedevo il cielo da una parte tutto sparso di nubi rosse; un rosso vivissimo, come non ne ho visto di poi che assai rare volte, in qualche tramonto estivo.

Quantunque fosse così di buon’ora, nella casa era un tramestio insolito. Sentivo aprire e chiudere usci, sentivo passi affrettati e bisbigli.

Certo io non mi vestii e non scesi di letto senza aiuto; ma non mi posso ricordare di chi m’aiutasse. Veggo la fisonomia d’una ragazza di casa, l’Eugenia; ma quella fisonomia si mesce confusamente a quasi tutti i miei ricordi infantili.