Dopo, la mia memoria si perde per un certo tratto. C’è come uno strappo che non riesco a riunire.... Dove e come io abbia passato quella giornata non ricordo; un momento mi veggo in confuso a passeggiare con un grande cane pastore vicino al fiume, che cominciava ad ingrossare per una delle solite piene d’autunno.

Probabilmente mi avranno tenuto apposta fuori di casa, ove io non poteva che essere, molto male a proposito, tra i piedi alla gente. Ma più tardi, forse verso il tramonto, ecco ch’io sono ancora in casa mia e precisamente sulla breve scala che dalle stanze superiori mette nella loggia al pianterreno.

La porta è aperta spalancata; e veggo della gente che va e viene per la strada maestra. Nella loggia veggo tre o quattro persone intorno a un lettino collocato in faccia alla porta. Distinguo benissimo mia madre che sta in piedi accanto al lettino e di tanto in tanto si china sovr’esso con una grande espressione d’inquietudine, senza pronunziare parola....

In quella cuna agonizzava una mia sorellina di circa un anno e mezzo; e l’avevano portata dalla sua stanza nella loggia, vicino alla porta spalancata, a vedere se potesse meno penosamente respirare. Credo che la poverina morisse di difterite; ma allora i medici non avevano ancora messo in voga questa oscura parola.

La bimba era proprio agli estremi; ed io dalla scala, non osservato, stavo guardando la triste scena. Guardavo attentamente, senza rendermi ancora conto di ciò che accadeva; ma sentendo confusamente dentro di me che io mi trovava in presenza di una cosa arcana e terribile.

Il visino della bimba era tutto color di cera, fuor che dintorno alla bocca semi-aperta, ove quel pallore cereo si mutava in una tinta fra il nero e il violetto. I due braccini, fuori della coperta, stavano abbandonati e senza moto sul corpo inerte. Tutto il moto del corpo poi crasi limitato su su verso il collo e la bocca, negli ultimi sforzi della respirazione, che ad ogni minuto secondo s’andava affrettando penosamente, e come restringendo sempre di più il suo circolo breve.

Il respiro della creaturina somigliava nel suono a un lieve rantolo sibilante.

Ed io lo sentivo quel respiro di creatura moribonda; e tanto che mi rimarrà la memoria avrò viva e presente la grandissima pena che esso mi faceva. Sarà forse effetto d’immaginazione, ma adesso mi par certo che, sempre guardando dalla scala, anch’io allora respiravo con affanno; e seguivo e secondavo e in qualche modo avrei voluto aiutare quel ritmo doloroso....

A un tratto il sibilo prese a diminuire rapidamente fino a che non sentii più nulla. Allora il medico accese una candeletta e l’accostò alla bocca della bimba.... Quando sentii singhiozzare e piangere forte intorno a me, mi misi a piangere forte anch’io, così che l’Eugenia mi trasse di là e mi condusse fuori nel prato, ripetendomi spesso: è andata in paradiso!

Che cos’era per me il paradiso? Anche di questo mi parlò l’Eugenia; ma per quanto la descrizione fosse allegra, io seguitavo ad essere triste. E più d’una volta volli rivedere la bambina morta, già leggiadramente acconciata in mezzo a molti fiori nella sua cuna.