La sera del giorno dopo ebbe luogo il mortorio. Io ero sul ponte ad attenderlo; e non ricordo con chi. Ricordo invece benissimo che la piena del fiume era grandemente cresciuta dal giorno innanzi e che la corrente faceva sotto di noi un forte rombo precipitandosi dalla cascata e urtando contro i piloni degli archi. Ero seduto sulla spalletta del ponte e una mano mi teneva. Guardavo in giù nel buio, da cui saliva monotona e cupa la voce del fiume grosso. Intorno a me erano molti bimbi che, aspettando, facevano un chiasso allegro; ma io, dentro la mia testa, ascoltavo sempre il fiume; e associavo, non so come, a quel gran rumore delle acque una idea triste di fuga, di violenza, di rapina.
E anche quando si avvicinò la lunga fila dei ceri accesi dietro la piccola bara, che misero nell’aria piovigginosa e buia come un incendio giulivo, io non ristetti dal guardare a basso le acque torbide, le acque fuggenti sotto di me; e credetti un momento — laggiù fra i cavalloni e le spume e i tronchi d’alberi portati dalla piena — di veder passare la mia sorellina dentro la sua cuna; la mia sorellina morta, che il fiume mi portava via, lontano, per sempre, verso un luogo ignoto, e dove non pertanto avrei voluto seguirla e perdermi con lei....
LA MIA UNICA TRAVERSATA.
In questo mese, il molto discorrere dei giornali intorno alla Sardegna, mi ha fatto ripensare più volte il mio unico viaggio all’isola. Sono passati de’ begli anni! Ma parecchi dei miei ricordi sono sempre vivi e come di ieri.
La mia traversata fu più triste che lieta per lo stato del mio animo, per gli incidenti penosi e le contrarietà che non furono poche; senza contare il mal di mare, che mise in me un odio non ancora placato....
Oh, le mie lunghe ore di spasimi in quella eterna notte, entro quelle spaventevoli Bocche di San Bonifazio!
Io mi vedo ancora — al primo rompere dell’alba di una fredda e ventosa giornata, verso gli ultimi di dicembre 1865 — sopra una barchetta ballonzolante, che dal Molo di Livorno mise più di un’ora ad accostarmi alla scaletta della Sardegna; la quale era, credo, la peggiore fra le carcasse marittime che, a quel tempo, facevano il viaggio dal continente italiano all’isola, sotto gli ordini della Compagnia Rubattino. Arrivai sul cassero già tutto scombussolato dai marosi che per venti volte mi avevano avvicinato e respinto dalla nave; e mi bastò la nausea provata a respirare quell’aria sazia di olio rancido per convincermi che non entravo in un luogo di pace.... Il mio stomaco ebbe subito l’intuito di tutte le sofferenze che l’aspettavano; e non si rassegnò, nè seppe armarsi di coraggio.
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Quando fummo in vista dell’isola d’Elba, seppi da un servitore di bordo che la Sardegna portava un carico di camorristi napoletani condannati a domicilio coatto. Erano tenuti chiusi giù presso la sentina. Cattiva zavorra!
Ma il mare non era ancora grosso e il male mi pareva tollerabile. Potevo dunque distrarmi, e guardare ai contorni alti e foschi dell’isola, che si mostravano tra la nebbia, e pensare a Napoleone I, alla sua fuga e ai suoi “cento giorni....„ Seppi che il capitano della nave si chiamava Garibaldi; un bel vecchiotto ligure di modi cortesi e di poche parole. A colazione, probabilmente in causa della mia faccia smorta, egli mi aveva augurato il buon appetito con un sorrisetto bonario nel quale era facile di scorgere una fede men che mediocre. Difatti, non ancora finito di mangiare un’acciuga, io mi ero già alzato, e barcollando mi allontanavo dalla mensa....