Verso sera mi parve di notare un certo rimescolio e qualche segno di inquietudine tra la gente di bordo. Io ero già divenuto molto egoista e guardavo con grande apatia le cose di questo mondo; ma senza domandare, imparai che, sotto coperta, le cose di questo mondo non procedevano troppo regolarmente. Giù nel loro camerotto i condannati tentavano una vera rivolta, che era cominciata con una rissa e con del sangue. S’intende che, malgrado tutte le perquisizioni, parecchi di essi avevano saputo portar con loro il coltello.... Cattiva zavorra! ripensai. — Intanto mi giungeva la voce secca del capitano che dava degli ordini in dialetto genovese. Poi me lo vidi passare innanzi rapido e tranquillo insieme a due carabinieri; e tutti e tre sparire sotto una specie di botola che si apriva vicino all’albero maestro....

Io non ricordo se fui attratto dalla calma risoluta di quel vecchio o se fui spinto istintivamente dal bisogno di trovar sollievo in una distrazione qualunque. Fatto è che andai dietro anch’io; e dopo una lunga discesa, attaccandomi ai piuoli di metallo d’una scala strettissima e buia, mi volsi a guardare in fondo.... Sotto di me il luogo era ben rischiarato da una piccola lanterna che uno dei carabinieri teneva in mano. Egli pure s’era fermato sui piuoli della scaletta e proiettava dall’alto i raggi sopra le figure del camerotto sinistro. I coatti non erano certo meno di venti e sedevano tutti per terra. Il capitano, ritto in mezzo ad essi, come un domatore nella gabbia delle fiere, faceva loro un discorsetto alla buona, senza gridare. Ma parlava con voce molto ferma; e capii che diceva, in sostanza: — Sulla nave, egli si sentiva “come un re di corona„; e al primo altro cenno d’insubordinazione, aveva stabilito di estrarre a sorte tre di loro e di farli impiccare subito ai cordami della nave....

Nessuno di quei seduti si mosse e nessuno parlò. Io dal mio posto vedevo le teste immobili, non i volti; tranne d’uno, che appoggiava le spalle e l’occipite alla parete e aveva sulla camicia bianca una larga macchia rossa; anch’esso perfettamente immobile, col suo viso giovanile, attento e composto....

***

O Enosigèo! o Posseidone! o divino Mare! Quando io ti amavo nei canti dei poeti, immaginandoti così bello nelle tue collere; quando invidiavo Ulisse sulla nave sbattuta dai marosi e minacciata dagli scogli, e, levata la faccia dal volume, respiravo a pieni polmoni, come se una poderosa aura di vita inondasse la mia cameretta e giocondasse la mia anima; — quando mirandoti dal lido, o placido o irato che tu fossi, ti celebravo e ti benedicevo, principio eterno e incorruttibile di forza, di salute e di giocondità; — o sposo di Anfitrite, o padrino di Venere, o Mare divino! — come mai avrei potuto immaginare che tu, la prima volta ch’io m’abbandonavo a te, mi avresti accolto con delle sofferenze così lunghe, così atroci e così miserabili?

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Adesso voglio dire come feci la conoscenza del signor Giovanni Opfer, olandese.

Lo spaventevole rullìo che durava da un pezzo, aveva anche all’interno trabalzato e sconvolto ogni cosa. Il bastimento pareva accecato. Io giacevo nella mia cabina circondato dalla più trista e dalla più fetida delle oscurità, rotta ogni tanto da un po’ di luce livida e odiosa che entrava non so da che parte. Vicino a me una voce infantile strillava senza posa; e non udivo alcun’altra voce che lo confortasse o che almeno lo sgridasse.... Per quanto rinchiuso io fossi nella patologia del mio egotismo, quel continuo piangere di bambino abbandonato mi dava una pena indicibile. E non avevo nemmeno la forza di chiamarlo.... Ho detto che giacevo nella cabina; ma chi mi legge intenda. In una delle mie svariate violenze acrobatiche puntai i miei due piedi al soffitto della cabina e cominciai a spingere, a spingere.... A un tratto sentii che il soffitto cedeva; e quasi nello stesso tempo, come un’ombra nera, vidi passare di fianco a me un corpo umano, che pioveva dall’alto urlando; poi mi sentii premere sul petto da due grosse mani e udii delle parole in una lingua che non capivo, ma che certo avevano un tono tutt’altro che amichevole per me. Io risposi, senza muovermi:

— Se volete ammazzarmi....

Che suono avessero le mie parole io non saprei dire; ma produssero sicuramente un effetto di pacificazione. La stessa voce ripigliò con modo calmo e quasi flemmatico, in italiano: