— Aspettate che accenda un fiammifero....
Al chiarore della fiammella ci guardammo. Egli era un giovanotto alto, piuttosto tarchiato, piuttosto bello, biondo e roseo. Io dovevo aver una faccia da far paura o pietà; ma il mio sconosciuto preferì di ridere sonoramente, non sapevo se di me o del bizzarro caso che ci faceva conoscere a quel modo. E continuò a discorrere in buon italiano, con gaiezza amichevole:
— Sicuro! Quelle Bocche di San Bonifazio erano una gran noia per i viaggiatori; e in quel momento passavamo appunto il tratto più scabroso.... Ma egli non temeva il mare. Tutt’altro! In mare egli mangiava, beveva benissimo; fumava come un turco e ci dormiva dei sonni tranquillissimi.... Ah, se io non lo avessi svegliato a quel modo!
— Scusatemi! Le cose fatte coi piedi....
La sua grande indulgenza mi aveva dato perfino il coraggio di scherzare; e la sua vista, la sua voce e le sue buone parole mi rianimavano un poco. Finalmente egli si volle presentare in forma: — Si chiamava Giovanni Opfer, olandese; viaggiatore della Casa.... Come da dieci anni, faceva ora il suo solito viaggio in Sardegna ad acquistarvi delle pelli di capretto. — Io, oltre il mio nome, gli dissi che ero stato nominato da poco professore e che il Ministero mi mandava a fare la mia “prima tappa„ a Sassari, come insegnante di storia nel Regio Liceo Azuni.
***
A Porto Torres non ci vollero. Mentre la Sardegna avanzava tranquillamente nelle acque del porto, vidi che cinque o sei barche le venivano incontro. Poi, come fu gettata l’àncora, una di esse venne sotto la nave, fin presso alla scala d’approdo; e il capitano discese a parlamento.... Che c’era di nuovo adesso?!... Il nostro Garibaldi per un poco alzò la voce, giurando in italiano e in genovese. Ma alla sua molte voci rispondevano dalla barca prossima, intanto che quelle rimaste indietro si avvicinavano e si collocavano dinanzi a noi, come una minuscola flottiglia.
Ogni barca era piena di gente; e vidi che tutti si volgevano verso di noi con delle faccie tutt’altro che amiche. Alcuni vociavano e gesticolavano; alcuni altri guardavano senza parlare nè muoversi, inalberando certi lunghi fucili, di forme, se vogliamo, antiquate, ma punto rassicuranti....
In sostanza, s’era a quei giorni parlato nei giornali di qualche caso di colera, non so in che luogo della penisola; e questa notizia era bastata perchè quei dell’isola non ci volessero a nessun patto, se prima non eravamo passati in quarantena. Era troppo recente il ricordo della epidemia del 1855, che per tutta la Sardegna, e specialmente a Sassari, aveva menato strage, fino a ridurre a metà la popolazione; e aveva lasciato negli animi un ricordo di orrore e di terrore.
Inutile dunque ogni resistenza. E dovemmo deciderci a riprendere il largo e a far rotta per Alghero, ove le delizie di una quarantena ci aspettavano. Vale a dire la bellezza di altre nove o dieci ore di mare, traversando tutto il golfo dell’Asinara e girando il Capo del Falcone e poi quello dell’Argentina, sino alla nuova meta. E per quanti giorni il Lazzaretto? Chi diceva per dieci, chi per venti, chi per quaranta giorni....