La bianca giovinetta lo ballava col suo solito cavaliere e pareva ogni tanto che quell’esile personcina, tra la folla delle coppie, volteggiasse leggera leggera, abbandonandosi tutta alle braccia del giovane.... Intanto il violino del direttore cantava con una voce così sorprendente che il resto della piccola orchestra era come ridotto a mezza voce. Gli astanti dovettero, per forza, occuparsi di questo straordinario esecutore di balli; e osservarono il giovane che, ritto sullo sgabello e pallido come un morto, dava dentro al suo violino con delle arcate superbe.
Guardavano tutti, ma la giovinetta non guardava. Se non che, verso la fine del valtzer, mentre il ritmo incalzava, mentre la voce nervosa del primo violino pareva che tentasse di lanciarsi a sonorità impossibili, nel silenzio della sala, sul fruscìo strisciato e cadenzato dei piedi, s’intese uno strappo secco.... Il cantino dello strumento del direttore s’era spezzato. La giovinetta, a quel punto, ebbe un tremito per tutto il corpo, si fermò in tronco, e fissò i grandi occhi sul violinista....
Il suo cavaliere la condusse verso un divano; e appena seduta essa disse, con voce appena intelligibile, di non sentirsi bene. Di lì a un quarto d’ora aveva abbandonato la festa.
La quale, non ostante, continuò in piena allegria. Al tocco, principiò il cotillon e alle tre il ballo era finito. Il direttore d’orchestra, a malgrado de’ complimenti e degli inviti, non volle rimanere a cena con gli altri sonatori, adducendo a scusa la sua grande stanchezza.
Chiuso nel suo pastrano e tremando pel freddo egli girò lungamente per la città, a caso, sotto i portici silenziosi; e rientrò nel palazzo solo verso le cinque. Giunto nella sua camera gittò il violino sul letto e si mise alla finestra. La notte era rigida e serena, con la Luna che volta al tramonto, illuminava tuttavia un pezzo del cortile e della galleria, lasciando il resto nell’ombra fredda. Il giovane, coi gomiti sul davanzale e la testa fra le mani, guardava nel cortile e piangeva delle lagrime silenziose....
III.
Rimase a quel modo circa mezz’ora, quando fu scosso da un lieve rumor di passi che partiva di su, dalla galleria. Fosse un servo? No, era ancora troppo presto.... Il giovine guardava senza battere palpebra. Il suono dei passi s’andava avvicinando. A un tratto, ai piedi dello scalone che metteva nel porticato, vide una figura bianca che lentamente avanzava.... Dio, era lei!
La giovinetta usciva di sotto il portico e si incamminava pel cortile. Attraversata la parte in ombra, ella apparve nella piena luce lunare, con la pettinatura disfatta ma vestita ancora del suo bianco abito da ballo. Avanzava con passo sicuro, mostrando che si dirigeva all’uscio dell’abitazione del portiere.
Il giovane lasciò la finestra, attraversò in punta di piedi la sua camera, un breve corridoio, la stanza d’ingresso, ed aprì. La luce entrò nel buio ambiente, e dopo qualche minuto secondo entrò la giovinetta.... Alla prima egli volle prenderle tutt’e due le mani; ma subito rimase interdetto e immobile, vedendo ch’essa aveva gli occhi chiusi.
Aveva gli occhi chiusi e sorrideva, col volto triste, pallidissima. E con quella voce, ch’egli non aveva mai intesa, gli disse: — Sono venuta a dirti addio e per sempre.... Tu hai sofferto molto questa notte, non è vero?... Io lo sentivo bene, ma sentivo anche di non poter nulla altro che soffrire con te.... Il nostro amore è come un filo di seta gettato sopra un grande abisso.... Che ci posso io?... Che ci puoi tu?... La vita si compiace a combinare di queste cose assurde....