La luna si vedeva già impallidire sopra Monte Donato, e sopra Monte Calvo albeggiava la prima luce del giorno. Entro la piccola vallata, anche tutta nell’ombra, non si udiva altro suono che quello, laggiù, della cascata del fiume. Lorenzetta, a cui i capelli s’erano sciolti nella lunga veglia, andava innanzi di buon passo senza guardare nè a destra nè a sinistra. A un punto le parve di sentirsi seguita e si voltò; era Remo, il vecchio cane pastore, che le teneva dietro a poca distanza. Si fermarono tutti e due. Remo puntava sulla fanciulla i suoi occhi umidi e grandi, come interrogandola.
— A casa! — disse lei con voce velata. Il cane non si moveva. — A casa! — ripetè più forte, e accompagnò la voce con un gesto di comando energico; e allora la bestia si incamminò lentamente verso le fornaci. Lorenzetta cominciò a correre; ma il cane, che intanto s’era voltato a guardare, si rimise a tenerle dietro di corsa anch’esso.
Quando giunse sull’orlo estremo del ciglione di tufo, Lorenzetta si buttò in ginocchio, rivolta verso il fiume, guardandolo con gli occhi fissi. Che vide ella mai? Nello specchio trasparente dell’acqua vide forse la faccia d’un bel vecchio che, sorridendo, le faceva cenno d’invito?... Oppure sentì ancora tra le canne la voce del vento: — vieni! vieni! vieni! — come quando sua nonna le raccontò la disgrazia del nonno?...
Dopo un poco, la fanciulla inginocchiata sull’orlo abbandonò la testa verso il vuoto; e il corpo leggero si capovolse.... Non giunse alla riva nemmeno il tonfo; ma solo il lieve crocchiare d’alcune canne scompigliate, che subito si rizzarono verdi e tranquille. Il cane si mise a urlare nel silenzio.
GALATEA.
I.
La carrozza, abbandonata la via maestra, s’era messa pel lungo stradone interno ombreggiato di pioppi altissimi, sussurranti appena nel placido meriggio. Già si vedevano i tetti della villa al di là degli alberi del giardino. A un tratto il proprietario, interrompendo il racconto sulle peripezie dell’ultima corsa al galoppo e puntando il dito, gridò ai suoi tre amici: ecco la Luisa! — Gli amici guardarono in direzione, ma fecero appena in tempo a vedere dietro la siepe una testa bionda di donna e due spalle coperte da un fazzoletto rosso, che si celavano fuggendo entro alla folta verdura. — Galatea! — esclamò ridendo uno dei quattro, che era addetto d’ambasciata. Non so se gli altri fossero in grado di cogliere il senso di questa allusione classica; però ridendo assentirono e ripeterono in coro:
— Galatea! Galatea!
La villa, pel nostro paese, aveva un aspetto insolito, e molto somigliava ad una fattoria inglese. Una casa padronale vasta, quadrata, pulitissima, senz’ombra d’ornamento esterno; poco lungi due altri fabbricati più bassi, di forme alquanto irregolari, puliti e nudi come il primo. Intorno alle case non viali imbrecciati, nè aiuole piene di fiori, nè vasi d’agrumi, nè piante esotiche. Appena dal lato di settentrione un gruppo di vecchi alberi, avanzo d’un vecchio parco, e alcune fila di vasi allineati accanto al muro della casa padronale, rimanevano ad attestare malinconicamente le sconfitte del giardinaggio, in quel luogo ove da più anni regnava, signore esclusivo, lo Sport.
Una siepe alta di biancospino circondava in quadrato la fabbrica e dava al prato interno l’aspetto taciturno di un cortile chiuso. Ma appena vi giunse la carrozza, due stallieri uscirono in fretta di sotto il portico d’una delle case basse, e con essi sbucò fuori una torma di cani saltellando ed abbaiando allegramente. Cani d’ogni razza, d’ogni grandezza, d’ogni pelo; dal mastino danese, enorme e fosco, al festoso e piccolo terrier, pezzato in color bianco e avana come i porcellini d’India. All’intorno i prati si estendevano largamente, quasi a perdita d’occhio; e la vasta monotonia del verde pallido era qua e là interrotta da palafitte, staccionate, fossi e rialzi di terreno. Qui passeggiavano e galoppavano i cavalli apparecchiandosi alle corse, mentre più lontano pascevano tranquillamente delle cavalle famose nelle genealogie dei corridori italiani.